giovedì 1 ottobre 2009

"Frozen River" di Courtney Hunt


Dietro al passaggio tra legalità e criminalità, da parte di gente comune, gente per bene, c'è sempre il denaro. O meglio la mancanza di denaro. Una famiglia da mantenere, le bollette da pagare, il frigorifero da riempire.
Dietro a una madre che cerca di dar da mangiare ai propri figli, c'è sempre la mancanza di un marito. Magari morto, magari scappato con una più giovane, magari latitante.
Dietro a una ragazza sola che nasconde qualcosa e cerca di arrangiarsi, c'è sempre un figlio piccolo, che non può tenere, che non può crescere e che magari osserva da lontano, silenziosamente.
E in questo film, ci sono sia una brava persona che si da al crimine, sia una madre con figli a carico, sia una ragazza che non può fare la madre. Il finale quindi, capitelo da soli.

Acclamata al Sundance Film Festival, l'opera prima di Courtney Hunt sembra esser rimasta congelata, come quel fiume di ghiaccio che le due protagoniste devono costantemente attraversare. Congelata in una storia già vista, che non si surriscalda mai, che dona poche emozioni al pubblico.
La prima parte è ottima, ben costruita, con la protagonista che decide di continuare quel gioco pericoloso nella quale è finita per puro caso. La ricerca del marito la porta a scoprire qualcos'altro, non solo un'amicizia ma una scappatoia dalla vita di tutti i giorni.
E' quello che succede dopo che non convince e non emoziona. Il gioco pericoloso alla fine si rivela non così pericoloso. Le due rotagoniste non restano mai davvero coinvolte nel traffico, ne si mettono davvero nei guai. Anche l'abbandono involontario di un neonato in mezzo al ghiaccio e l'angoscia di averlo ucciso non risalta così prepotentemente. Sembra quasi che non gliene freghi nulla e a noi non rimane molto, alla fine della visione.
I figli, soprattutto il 15 enne, è praticamente inutile. Oltre a rischiare di dar fuoco alla casa non fa nulla. Neanche disobbedisce alla madre. Non si caccia di guai, ne al contrario, fa qualcosa di positivo. Se le sue scene fossero state tagliate in fase di montaggio, non sarebbe cambiato nulla.

A volte al valito Sundance Film Festival prendono qualche cantonata. "Frozen River" è un film comunque ben girato, con un sempre presente effetto documentario (che sembra l'unico modo per girare un film indipendente), ma che doveva entrare più in profondità nelle pieghe noir della vicenda e rendere più forte il conflitto di una convincente, ma troppo frozen, Melissa Leo.

lunedì 24 agosto 2009

"American History X" di Tony Kaye

pubblicato su "www.filmedvd.it"

Storia di razzismo?
Storia sull'impatto sociologico del nazismo?
Storia sull'impatto della società deviata nei giovani d'oggi?
Storia americana?
American History X è tutto questo e anche qualcosa di più. L'opera prima di Tony Kaye è soprattutto una storia di rinascita. Di morte e rinascita. Di redenzione.
Derek muore. Da giovane, da ragazzo precipita in un buco nero fatto di violenza, odio, razzismo, onnipotenza. Come essere umano Derek non esiste più. Come un angelo caduto precipita all'inferno. Un inferno senza colore, senza vita, dove l'unica prerogativa è cancellare, uccidere, eliminare tutto quello che non rientra nella visione della vita da lui delineata.

Il film ha una netta struttura in tre parti, se volessimo dispiegare la storia nell'ordine cronologico in cui si svolgono i fatti. Questa, quella della morte di Derek è la prima parte. L'Inferno.
Il Purgatorio, la seconda fase di questo cammino di redenzione e rinascita che è la storia di Derek è il carcere, dove la sua anima di angelo caduto riprende coscienza di se e del mondo. Derek torna in vita, comprende chi è, comprende quello che ha fatto, comprende soprattutto chi sono i suoi compagni e qual'è l'odio cieco e assurdo al quale ha dato retta fino a quel momento. Derek si redime, non solo legalmente, ma soprattutto psicologicamente.
Ora, in una tale visione del film, la terza parte, quella del ritorno a casa, quella dove il colore torna a riempire l'inquadratura, dovrebbe rispecchiare il Paradiso, ma American History X è troppo realistico per non sapere che il Paradiso in Terra, non esiste. Ed ecco che i peccati commessi da Derek non possono essere del tutto espiati e la tragedia lo marchierà a vita, ricordandogli per sempre di quando era morto.

American History X” fu vittima ai tempi di un contrasto forte tra Kaye e la produzione che si impose molto sul neo-regista che dovette rinunciare al potere decisionale del final-cut. Quindi nel prodotto finale è difficile distinguere tra quello che è veramente frutto del regista e quello che invece è stato imposto dalla produzione. Non sappiamo ad esempio, a chi spetta l'onere della struttura narrativa e della decisione di dividere in film, metà in bianco e nero e metà a colori, oppure di mischiare l'ordine degli eventi. In entrambi i casi però, chiunque ne abbia il merito, mi sento di dovermi congratularmi per la scelta fatta. Come già accennato il B/N o Colore va ad indicare le due diverse vite di Derek, quella prima e quella dopo la redenzione, dopo il Purgatorio. L'ordine degli eventi, nel quale vediamo prima il passato da Nazi del protagonista, poi il suo stato di redento e infine l'elemento più importante, l'aspetto cardine del film, ovvero il carcere. Il rischio era che un passaggio così forte tra il Vecchio Derek e il nuovo Derek, completamente l'uno contrapposto all'altro risultasse fasullo se gli avvenimenti del carcere non avessero abbastanza forza e convinzione per spiegare la mutazione. Il rischio corso però ha dato i suoi frutti. Quello che accade in prigione a Derek è non solo credibile, ma “giusto”. Nel senso che ora si trova incastrato in quel folle progetto di odio e vendetta che è il razzismo. Da carnefice ora si ritrova vittima. Vittima dei suoi stessi “fratelli”. Questo schiaffo della realtà lo porta a vedere tutto con più nitidezza (ecco ancora il passaggio al Colore). Uno schiaffo talmente forte che anche se non vissuto in prima persona, riesce a convincere suo fratello che la scelta giusta da fare è abbandonare quella strada. Ma come è stato detto, il Paradiso in Terra non esiste e ormai è troppo tardi. Per uno che torna alla vita, qualcuno la lascia per sempre.
 Questa è la storia americana, quella con X maiuscola.

giovedì 13 agosto 2009

"Non è un paese per vecchi" di Joel e Ethan Coen


Ci risiamo. Succede tutte le volte (o quasi) che ci si appresta a parlare di un film tratto da un romanzo. Di un'opera cinematografica che trae ispirazione da un'opera letteraria.Ogni volta il dilemma salta fuori. Si può parlare di un adattamento senza prendere in considerazione l'opera originaria? Si può giudicare un film senza aver letto il romanzo?
Ovviamente la risposta non può essere univoca per tutti i film. In alcuni casi diventa addirittura inutile, come per le opere di Stanley Kubrick che sono quasi tutte adattamenti di altrettante opere letterarie. Ma il genio di Kubrick e la sua unica concezione del cinema, rendono ogni singolo film assolutamente indipendente dalla sorgente letteraria rendendoli a tutti gli effetti storie originali. In altri casi invece è doveroso soffermarsi anche sul romanzo e notare come la storia sia stata trasportata sullo schermo.
Uno di questi film è “Non è un paese per vecchi” tratto dall'omonimo romanzo di Cormac McCarthy, uno dei migliori adattamenti degli ultimi anni. I Coen portano sullo schermo in maniera il più fedele possibile, quasi scientifica, tutta la tensione, tutto il fascino e tutti i magnifici dialoghi di McCarthy amplificandone la bellezza attraverso il loro indubbio talento.

Molti di coloro che hanno letto il libro del Premio Pulitzer americano potranno pensare che il lavoro dei Coen fosse facile. Ancora di più se si voleva restare fedeli al libro. Non si sono dovuti neanche impegnare molto a scrivere i dialoghi o a creare personaggi. Era già tutto nelle pagine di McCarthy. E invece le cose non sono così semplici. Perchè un conto è la pagina scritta, il racconto per parole e tutta un'altra cosa e raccontare la stessa storia, la stessa scena, lo stesso dialogo sullo schermo. Intanto è necessario selezionare, dividere ciò che va mantenuto da quello che sullo schermo non può funzionare. Bisogna cesellare. E in questo i due fratelli del Minneapolis sono stati fantastici, dimostrando grande padronanza della struttura e delle regole narrative del cinema, sapendo cogliere le situazioni più cinematografiche, adattandole dove necessario alle esigenze filmiche ed eliminando i rami morti (per il film ovviamente) che sarebbero stati di troppo, se non addirittura dannosi per la crescita dell'organismo-film.
L'altra difficoltà è quella di trasformare una scena di Cormac McCarthy in un scena dei Fratelli Coen. “Non è un paese per vecchi” nonostante non nasca da un soggetto originale è a tutti gli effetti un'opera dei Coen, anzi è probabilmente la summa di tutti i loro lavori, della loro straordinaria capacità di utilizzare a 360° il mezzo filmico per creare quello che si avvicina il più possibile al concetto di Mito. Il lavoro dei Coen può essere visto come un lavoro di modellazione, quasi come degli artigiani dell'argilla che plasmano una figura tridimensionale fino a quel momento esistita solo sulla carta sotto forma di schizzo preparatore. Un personaggio come quello di Anton Chigurh, il killer con la bombola ad aria compressa (idea di McCarthy) che i Coen plasmano in IL killer per eccellenza vestendolo di pura follia. Il taglio di capelli di Bardem è perfetto, elemento grottesco affibbiato ad un personaggio che di grottesco non ha nulla. Proprio per la sua apparente buffoneria, la violenza risulta ancora più efferata e Chigurh ancora più terrificante. La presenza scenica di questo personaggio non ha eguali. Quando entra in scena lui, sembra di assistere all'ingresso di Darth Vader. Non sai cosa aspettarti, ma sai che non sarà nulla di positivo.

Il modo con cui i Coen utilizzano il "non visto" (sono pocchissime le morti che avvengono sullo schermo, si arriva spesso sul posto a fatto compiuto), la suspance, la tensione, attraverso un ritmo lento che rende la storia allo stesso tempo glaciale, meticolosa e adatta alla riflessione. La glacialità e meticolosità con cui Chigurh e Llewelyn fuggono e inseguono e la riflessione di quell'uomo troppo vecchio per stare al passo con un mondo ormai non più adatto a gente come lui. Lo sceriffo Bell, narratore e moralizzatore, è il nostro legame con quel no country for old man in cui anche noi ci sentiamo fuori luogo.
La sequenza del motel, il dialogo tra Chigurh e il benzinaio, la fuga di Moss inseguito dal cane (una fotografia da mozzare il fiato), il sogno di Bell, sono decine le scene di una perfezione assoluta, che donano al film un aurea da capolavoro. Sintesi perfetta di “Non è un paese per vecchi” il sogno finale dello sceriffo, sintesi del contrasto tra il vecchio e il nuovo. In quel buio e in quel freddo in cui è precipitato il mondo, chi vi è cresciuto dentro resta indietro, resta perduto. Ma da qualche parte, forse proprio nel nostro passato (il padre) possiamo trovare ancora una luce a guidare il cammino. E quel “E poi mi sono svegliato” che lo ripiomba in un istante nella quotidianità. Magistrale.


sabato 30 maggio 2009

"Rififi" di Jules Dassin


Una delle leggi non scritte del cinema, dice che è inutile cercare di inventare qualcosa di nuovo da raccontare. Tutto è già stato creato in passato. Guardando "Rififi", la legge sembra trovare immediata conferma. Il film di Dassin può essere definito come capostipite di tutto il filone gangster movie. Da qui in poi, rimane poco da inventare.
Visto oggi, la prima cosa che si potrebbe dire su "Rififi" è che si tratta di un film "classico". Tutto è al suo posto. Banda di rapinatori, cattivo di turno, colpo impossibile, riscatto e persino la ex che ora se la fa con il boss rivale. Tutto come da copione. Ma visto l'anno di realizzazione, 1955, e osservandolo più attentamente, il termine più adatto per definirlo è "moderno", anzi "innovativo".
Solitamente i gangster movie si dividono in due tipi: quelli che puntano tutto sui personaggi, rendendoli sfaccettati, spesso sopra le righe con tratti distintivi ben marcati e quelli che invece si concentrano maggiormente sull'intreccio, sul "colpo", cercando di creare una storia più originale e ingarbugliata possibile, a discapito però dei personaggi che finiscono per essere maschere tipiche del genere. "Rififi" a prima vista si classificherebbe nel secondo gruppo. Se non fosse per Tony, il laureato, la mente del gruppo, l'organizzatore del piano. Perchè Tony è un personaggio ambiguo, sfaccettato, in continua mutazione. Non è solamente il capo banda, è qualcosa di più.
All'inizio del film, quando facciamo la sua conoscenza è uno sfigato giocatore di poker. Uno che deve chiedere prestiti agli amici per poter continuare a giocare perchè i suoi continua a perderli una mano dopo l'altra. E in più, di lui ormai non si fida più nessuno. Poco dopo scopriamo la sua vera natura. Quella di rapinatore di banche, o meglio di un bravo rapinatore di banche, o ancora meglio di un ex bravo rapinatore di banche che ormai però sembra essere sulla strada del pensionamento. E' una mente lucida, inteligente che sa il fatto suo.
Dopo pochi minuti ecco una nuova mutazione. Ora lo vediamo nelle vesti di un patrigno affettuoso, amorevole con il proprio figliastro che tra l'altro porta il suo stesso nome. Ci risulta persino simpatico.
E arrivati fin qui, (sono passati solo 10 minuti) ci sembra di trovarsi di fronte il classico ladro dal buon cuore con tanta esperienza alle spalle e ormai poco da chiedere alla vita. Ma le cose cambiano quando entra in scena lei, la donna amata che viene dal passato. Ed ecco che Tony si sfila la cintura e comincia a picchiare la donna per vendicarsi del tradimento subito. Un picchiatore di donne, un uomo violento. Altro che ladro gentiluomo come pensavamo. Questo ha un'anima nera, cupa, violenta che si manifesta per una donna, per una stupida storia d'amore.
Ultima metamorfosi, alla fine della pellicola, quando veste la maschera dell'eroe. E' lui a salvare il bambino e a morire per riportarlo a casa dalla madre.
Un personaggio quindi ricco e mutevole, estremamente interessante che va ad unirsi con gli altri membri della banda che al contrario rispecchiano gli standard del genere senza grosse mutazioni. E' Tony a dare vita al piano e poi, in un certo senso a distruggerlo (non dimentichiamoci che è stato lui a scegliere nella banda Cesare, il Marsigliese, lo scassinatore donnaiolo che finirà per essere il punto debole del gruppo).
"Rififi" brilla soprattutto per la sceneggiatura, ben architettata che fino alla fine non svela il suo finale. Fino alla fine, infatti, non si sa come la storia andrà a finire, chi sopravviverà e chi invece si ritroverà con una pallottola in petto. L'intreccio in cui si ritrova inconsapevolmente Jo, il braccio della banda, il padre del piccolo rapito è magistrale. Tutto sembrava risolto e invece questo imprevisto lo porta alla villa senza sapere che ormai il figlio è sano e salvo. E questo condannerà tutti.

Ma come detto il fulcro del film è la scena madre, la rapina. Circa 30 minuti di puro cinema. Un racconto per immagini di grande tensione e splendidamente orchestrato, tra regia, fotografia e interpetazioni. Una rapina che fa scuola. La forza di questa sequenza sta nella scoperta poco alla volta del piano e questo grazie all'intuizione di Jules Dassin e Renè Wheeler, sceneggiatori del film, di eleminare un'altro elemento classico del genere: la presentazione del piano. La rapina non ci viene presentata prima. Non vediamo Tony spiegare il piano ai suoi compagni (e a noi) ma vediamo il piano messo in atto, in silenzio, un pezzetto alla volta.
"Rififi" è un magnifico gangster movie. Un bianco e nero splendidamente fotografato che ha fatto scuola. Un film ben costruito, dal buon ritmo, che fino alla fine non ti lascia un momento per distrarti.

giovedì 23 aprile 2009

"Il servo" di Joseph Losey


Il servo, secondo l'etimologia della parola, significa "colui che porta beneficio". Mai definizione risulta così fuorviante come in questo caso, chiaramente se relazionata all'opera di Joseph Losey "The Servant". In questo contesto, il servo, assume un connotato diametralmente opposto. Si avvicina, infatti, di più ad un virus, ad un portatore sano di malvagità, di inganno che lentamente si insinua nella vita del giovane nobile e la infetta finendo per impossessarsi del suo volere e ribaltando i ruoli.
Non si può parlare de "Il servo" senza parlare della sceneggiatura firmata dal drammaturgo inglese, maestro dell'assurdo, Harold Pinter. Tra tutte le sceneggiature cinematografiche firmate da Pinter questa è probabilmente quella nella quale si percepisce maggiormente la sua impronta. Magistrale la costruzione dei personaggi che attraverso dialoghi pungenti e intelligenti ci delinea due figure, quella del servo e del nobile, chiare, classiche, quasi scontate, ma che nello stesso tempo presentano qualcosa di misterioso. Soprattutto lui, il servo, ha qualcosa che non quadra, qualcosa di insolito e presto quel mistero si svelerà in tutta la sua diavoleria.
Losey ci mostra spesso questa ambiguità dei personaggi con un gioco di specchi e riflessi continuo. Tutta la villa è piena di superfici riflettenti e i personaggi vengono così continuamente sdoppiati a sottolineare la loro doppia personalità.

"Il servo" è un film sociale se così possiamo dire, immagine di quella lotta di classe tra servo e padrone tanto cara a Marx, dove i ruoli si ribaltano, dove il servo prende in mano le redini del gioco e ribalta le carte in tavola, divenendo lui vero e proprio "padrone del suo padrone" piegandolo al proprio volere. Qui, questa analisi sociale e politica prende maggiormente i connotati di un gioco psicologico, che può anche essere visto come metafora del bene e del male, e di come è impossibile dividere il lato oscuro della mente umana da quello più pulito e limpido, così come Tony, il padrone di casa, non riuscirà a liberarsi di Hugo, nonostante il suo comportamento fuori dal normale. Tony è affascinato dal suo cameriere, quasi attratto in una relazione che profuma spesso di omosessualità.

Un film splendidamente orchestrato, girato spesso in pianisequenza che mettono in evidenzia i dialoghi di Pinter e le interpretazioni di Dirk Bogarde e James Fox. Intelligente il rapporto tra Hugo e la fidanzata del suo padrone, che sembra mettere a nudo un punto debole del servo che appare sempre spaventato dalla sua presenza. E' lei in queste scene a comandare, ad essere al centro della sequenza, ma la nostra attenzione resta su di lui, in attesa della sua prossima mossa, per capire il perchè di questa sua nuova facciata. E' davvero spaventato da lei o è tutto un trucco? Che cosa ci nasconde questo elegante ed efficente maggiordomo? E' o non è un "portatore di beneficio"?

lunedì 13 aprile 2009

"Testimonianza di un essere vivente" di Akira Kurosawa

pubblicato su "www.filmedvd.it"

E' difficile per noi occidentali del Duemila, comprendere quale possa essere stato il livello di paura negli anni'50, tra i giapponesi, verso la bomba atomica. Hiroshima e Nagasaki bruciano ancora e gli esperimenti nell'atollo di Bikini della bomba H stanno raggiungendo il loro culmine. In uno scenario del genere il terrore verso questa inumana arma di distruzione riempie i cuori di ogni giapponese, compreso quello di Akira Kurosawa, che da straordinario artista qual'è si sente in dovere, quasi in obbligo, di raccontare quella paura attraverso un film.
"Ikimono no kiroku", conosciuto anche come "Vivo nella paura", è la testimonianza di un uomo desideroso di trasferirsi con tutta la famiglia in Brasile per scampare alla minaccia atomica. La sua paura finirà per diventare definitiva follia.

Un film incentrato su una paura così legata a quegli anni, rischiava di non passare il verdetto del tempo, invece Kurosawa abilmente trasforma la paura per la bomba H, in una più universale ed eterna paura della morte realizzando così una vera testimonianza di un essere vivente, di un uomo che cerca disperatamente di sfuggire a quella invisibile minaccia che lo condanna. Una minaccia invisibile, ma esistente, d cui tutti hanno timore, ma che la maggior parte delle persone cerca di celare vivendo la vita quotidianamente senza pensieri nefasti.
A questo punto la sua storia diventa anche la nostra storia. E diventa anche la storia di un uomo che grida "Al lupo, al lupo" e che nessuno ascolta, anzi che alla fine tutti credono pazzo. Un uomo che non riesce a fuggire, che è costretto a rimanere dov'è, vivendo nella paura. Sì perchè "Testimonianza di un essere vivente" è anche un film sulla impossibilità di decidere della propria vita, perchè alla fine a decidere per te sono altri, i tuoi famigliari, oppure emeriti sconosciuti insigniti di tale onore e onere.
Ma in fondo è il destino di tutti. Alla morte non si può sfuggire.

C'è una interessante dichiarazione del maestro Kurosawa legata a questo film. Disse all'epoca che il suo primo pensiero era quello di fare un film satirico, ma che poi decise di cambiare registro perchè "come si può fare satira sulla bomba H?". Nel 1964 un'altro maestro, Stanley Kubrick, realizza un film satirico sulla bomba H e la minaccia di una guerra atomica. Cosa significa che Kubrick aveva più spirito satirico di Kurosawa? Il genio del regista americano era più raffinato di quello del cineasta nipponico? La risposta forse va trovata proprio nelle differenti epoche in cui sono stati girati i film e dalla differente nazionalità dei due registi. Kurosawa, giapponese, vive sulla sua pelle e su quella dei suoi amici la paura dell'atomica. Hiroshima e Nagasaki sono troppo vicine nel tempo e nello spazio per non sentirne ancora il dolore. I superstiti portano ancora addosso i segni deformanti di quegli attacchi. La mancanza di umorismo è comprensibile. Kubrick osserva la guerra fredda con più...freddezza e distacco. Quella minaccia era ancora presente ma meno pressante e soprattutto dettata dalle operazioni militari nelle "war room" di USA e URSS e non da veri bombardamenti . Insomma "satira è tragedia più tempo" come ci ricorda Lenny Bruce. Kubrick ha avuto tempo, Kurosawa solo la tragedia.

giovedì 5 marzo 2009

"La classe" di Laurent Cantet


Finalmente un film realistico sulla scuola. Un film che racconta il mondo scolastico e i giovani così come sono realmente, perchè è un film creato con i giovani, con gli studenti, raccogliendo la loro vita e le loro impressioni.
Finalmente un film vero dopo tutti i tentativi mal riusciti di registi che hanno cercato di mostrare la scuola come secondo loro è, ma che in realtà dentro una classe forse non ci sono mai stati.
Finalmente un film realistico e forse era meglio che non ci fosse.
E' ironica ovviamente la mia affermazione, perchè "Dentro i muri" questo il titolo originale del film è uno spaccato generazionale per nulla ottimistico, perchè per nulla ottimistico è il gran parte del mondo giovanile e scolastico attuale.
Ragazzi vuoti dentro, che non hanno nulla da raccontare (apparentemente, si spera) che non hanno nessuna intenzione di comprendere cosa gli sta attorno perchè non sanno chi sono. Questo è il problema principale, non sanno chi sono veramente. Vogliono essere come gli altri, vogliono essere semplicemente giovani credendo di seguire il loro modo di essere, la loro vera essenza, ma la realtà è che dentro di loro non regna la sicurezza di sapere quello che vogliono, ma in realta regna il caos, una serie di regole e impostazioni raccolte dalla realtà che gli fanno credere di avere la risposta al loro modo di vivere, ma che in realtà da raccontare non hanno nulla.

Colpa loro ma colpa, soprattuto, della realtà che li circonda e la scuola ha grandissima colpa non essendo mai stata in grado di insegnare la passione e l'interesse per il mondo e di non esser mai stata in grado di ascoltare veramente. Grammativa, trigonometria, letteratura, storia, scienze sono tutte materie inutili se insegnate a ragazzi che non hanno alcun interesse a comprenderle.
Che senso ha far leggere (in Italia) "I promessi sposi" o i "Malavoglia" a ragazzi che non hanno mai preso in mano un libro? La scuola dovrebbe insegnare la passione per la lettura, in quei 3 anni di scuola media e 5 di superiori. Dovrebbe far nascere in loro la voglia di prendere in mano un libro. Se poi si riesce in questo saranno loro da grandi a leggersi "I promessi sposi" se vorranno.
Che senso ha insegnare date, avvenimenti storici, personaggi a ragazzi che non sanno neanche chi sono loro stessi e cosa succede nella loro città e nella loro nazione?
La scuola deve insegnare la passione per le cose non le nozioni che nella vita non serviranno a nulla. Non me ne frega niente di ricordarmi vagamente alcuni frammenti della Divina Commedia, mi interessa aver imparato che cosa può esserci di bello nella letteratura e se mi interesserà prenderò in mano la Divina Commedia una volta cresciuto o altrimenti leggerò milioni di altri libri. Non me ne frega niente sapere quando è morto Napoleone, ma è importante che in me ci sia la curiosità di voler capire qualcosa di più del passato, andando a informarmi e magari poi a scoprire quando è morto Napoleone.

La scuola, e il film di Cantet lo racconta bene, non sa parlare ai ragazzi, non sa arrivare alle loro stesse lunghezze d'onda, ma si ferma a una visione della scuola che è una e basta costringendo i ragazzi ad adattarsi, ma la scuola non è una palestra di vita, è una palestra per noi stessi, per capire e comprendere noi stessi (studenti) e accrescerci. Non deve insegnarmi che devo seguire le regole, alzarmi in piedi quando entra un professore, stare composto ecc... queste cose le imparerò crescendo, ma non arriverò mai da nessun parte se imparo a stare seduto composto, ma non a guardarmi intorno e chiedermi cosa c'è di giusto o sbagliato nel mondo e cosa posso fare io per migliorarlo.

La scuola di oggi, in Francia come in Italia, insegna l'odio per la cultura e non l'amore per la passion e l'interesse. E "La classe" è un perfetto esempio di tutto questo. Un film pessimista, perchè reale, che si chiude sulla frase di una studentessa "Io non ho imparato nulla" che è emblematico dei giovani d'oggi e della società che gli adulti stanno modellando intorno a loro.