sabato 30 maggio 2009

"Rififi" di Jules Dassin


Una delle leggi non scritte del cinema, dice che è inutile cercare di inventare qualcosa di nuovo da raccontare. Tutto è già stato creato in passato. Guardando "Rififi", la legge sembra trovare immediata conferma. Il film di Dassin può essere definito come capostipite di tutto il filone gangster movie. Da qui in poi, rimane poco da inventare.
Visto oggi, la prima cosa che si potrebbe dire su "Rififi" è che si tratta di un film "classico". Tutto è al suo posto. Banda di rapinatori, cattivo di turno, colpo impossibile, riscatto e persino la ex che ora se la fa con il boss rivale. Tutto come da copione. Ma visto l'anno di realizzazione, 1955, e osservandolo più attentamente, il termine più adatto per definirlo è "moderno", anzi "innovativo".
Solitamente i gangster movie si dividono in due tipi: quelli che puntano tutto sui personaggi, rendendoli sfaccettati, spesso sopra le righe con tratti distintivi ben marcati e quelli che invece si concentrano maggiormente sull'intreccio, sul "colpo", cercando di creare una storia più originale e ingarbugliata possibile, a discapito però dei personaggi che finiscono per essere maschere tipiche del genere. "Rififi" a prima vista si classificherebbe nel secondo gruppo. Se non fosse per Tony, il laureato, la mente del gruppo, l'organizzatore del piano. Perchè Tony è un personaggio ambiguo, sfaccettato, in continua mutazione. Non è solamente il capo banda, è qualcosa di più.
All'inizio del film, quando facciamo la sua conoscenza è uno sfigato giocatore di poker. Uno che deve chiedere prestiti agli amici per poter continuare a giocare perchè i suoi continua a perderli una mano dopo l'altra. E in più, di lui ormai non si fida più nessuno. Poco dopo scopriamo la sua vera natura. Quella di rapinatore di banche, o meglio di un bravo rapinatore di banche, o ancora meglio di un ex bravo rapinatore di banche che ormai però sembra essere sulla strada del pensionamento. E' una mente lucida, inteligente che sa il fatto suo.
Dopo pochi minuti ecco una nuova mutazione. Ora lo vediamo nelle vesti di un patrigno affettuoso, amorevole con il proprio figliastro che tra l'altro porta il suo stesso nome. Ci risulta persino simpatico.
E arrivati fin qui, (sono passati solo 10 minuti) ci sembra di trovarsi di fronte il classico ladro dal buon cuore con tanta esperienza alle spalle e ormai poco da chiedere alla vita. Ma le cose cambiano quando entra in scena lei, la donna amata che viene dal passato. Ed ecco che Tony si sfila la cintura e comincia a picchiare la donna per vendicarsi del tradimento subito. Un picchiatore di donne, un uomo violento. Altro che ladro gentiluomo come pensavamo. Questo ha un'anima nera, cupa, violenta che si manifesta per una donna, per una stupida storia d'amore.
Ultima metamorfosi, alla fine della pellicola, quando veste la maschera dell'eroe. E' lui a salvare il bambino e a morire per riportarlo a casa dalla madre.
Un personaggio quindi ricco e mutevole, estremamente interessante che va ad unirsi con gli altri membri della banda che al contrario rispecchiano gli standard del genere senza grosse mutazioni. E' Tony a dare vita al piano e poi, in un certo senso a distruggerlo (non dimentichiamoci che è stato lui a scegliere nella banda Cesare, il Marsigliese, lo scassinatore donnaiolo che finirà per essere il punto debole del gruppo).
"Rififi" brilla soprattutto per la sceneggiatura, ben architettata che fino alla fine non svela il suo finale. Fino alla fine, infatti, non si sa come la storia andrà a finire, chi sopravviverà e chi invece si ritroverà con una pallottola in petto. L'intreccio in cui si ritrova inconsapevolmente Jo, il braccio della banda, il padre del piccolo rapito è magistrale. Tutto sembrava risolto e invece questo imprevisto lo porta alla villa senza sapere che ormai il figlio è sano e salvo. E questo condannerà tutti.

Ma come detto il fulcro del film è la scena madre, la rapina. Circa 30 minuti di puro cinema. Un racconto per immagini di grande tensione e splendidamente orchestrato, tra regia, fotografia e interpetazioni. Una rapina che fa scuola. La forza di questa sequenza sta nella scoperta poco alla volta del piano e questo grazie all'intuizione di Jules Dassin e Renè Wheeler, sceneggiatori del film, di eleminare un'altro elemento classico del genere: la presentazione del piano. La rapina non ci viene presentata prima. Non vediamo Tony spiegare il piano ai suoi compagni (e a noi) ma vediamo il piano messo in atto, in silenzio, un pezzetto alla volta.
"Rififi" è un magnifico gangster movie. Un bianco e nero splendidamente fotografato che ha fatto scuola. Un film ben costruito, dal buon ritmo, che fino alla fine non ti lascia un momento per distrarti.

giovedì 23 aprile 2009

"Il servo" di Joseph Losey


Il servo, secondo l'etimologia della parola, significa "colui che porta beneficio". Mai definizione risulta così fuorviante come in questo caso, chiaramente se relazionata all'opera di Joseph Losey "The Servant". In questo contesto, il servo, assume un connotato diametralmente opposto. Si avvicina, infatti, di più ad un virus, ad un portatore sano di malvagità, di inganno che lentamente si insinua nella vita del giovane nobile e la infetta finendo per impossessarsi del suo volere e ribaltando i ruoli.
Non si può parlare de "Il servo" senza parlare della sceneggiatura firmata dal drammaturgo inglese, maestro dell'assurdo, Harold Pinter. Tra tutte le sceneggiature cinematografiche firmate da Pinter questa è probabilmente quella nella quale si percepisce maggiormente la sua impronta. Magistrale la costruzione dei personaggi che attraverso dialoghi pungenti e intelligenti ci delinea due figure, quella del servo e del nobile, chiare, classiche, quasi scontate, ma che nello stesso tempo presentano qualcosa di misterioso. Soprattutto lui, il servo, ha qualcosa che non quadra, qualcosa di insolito e presto quel mistero si svelerà in tutta la sua diavoleria.
Losey ci mostra spesso questa ambiguità dei personaggi con un gioco di specchi e riflessi continuo. Tutta la villa è piena di superfici riflettenti e i personaggi vengono così continuamente sdoppiati a sottolineare la loro doppia personalità.

"Il servo" è un film sociale se così possiamo dire, immagine di quella lotta di classe tra servo e padrone tanto cara a Marx, dove i ruoli si ribaltano, dove il servo prende in mano le redini del gioco e ribalta le carte in tavola, divenendo lui vero e proprio "padrone del suo padrone" piegandolo al proprio volere. Qui, questa analisi sociale e politica prende maggiormente i connotati di un gioco psicologico, che può anche essere visto come metafora del bene e del male, e di come è impossibile dividere il lato oscuro della mente umana da quello più pulito e limpido, così come Tony, il padrone di casa, non riuscirà a liberarsi di Hugo, nonostante il suo comportamento fuori dal normale. Tony è affascinato dal suo cameriere, quasi attratto in una relazione che profuma spesso di omosessualità.

Un film splendidamente orchestrato, girato spesso in pianisequenza che mettono in evidenzia i dialoghi di Pinter e le interpretazioni di Dirk Bogarde e James Fox. Intelligente il rapporto tra Hugo e la fidanzata del suo padrone, che sembra mettere a nudo un punto debole del servo che appare sempre spaventato dalla sua presenza. E' lei in queste scene a comandare, ad essere al centro della sequenza, ma la nostra attenzione resta su di lui, in attesa della sua prossima mossa, per capire il perchè di questa sua nuova facciata. E' davvero spaventato da lei o è tutto un trucco? Che cosa ci nasconde questo elegante ed efficente maggiordomo? E' o non è un "portatore di beneficio"?

lunedì 13 aprile 2009

"Testimonianza di un essere vivente" di Akira Kurosawa


E' difficile per noi occidentali del Duemila, comprendere quale possa essere stato il livello di paura negli anni'50, tra i giapponesi, verso la bomba atomica. Hiroshima e Nagasaki bruciano ancora e gli esperimenti nell'atollo di Bikini della bomba H stanno raggiungendo il loro culmine. In uno scenario del genere il terrore verso questa inumana arma di distruzione riempie i cuori di ogni giapponese, compreso quello di Akira Kurosawa, che da straordinario artista qual'è si sente in dovere, quasi in obbligo, di raccontare quella paura attraverso un film.
"Ikimono no kiroku", conosciuto anche come "Vivo nella paura", è la testimonianza di un uomo desideroso di trasferirsi con tutta la famiglia in Brasile per scampare alla minaccia atomica. La sua paura finirà per diventare definitiva follia.

Un film incentrato su una paura così legata a quegli anni, rischiava di non passare il verdetto del tempo, invece Kurosawa abilmente trasforma la paura per la bomba H, in una più universale ed eterna paura della morte realizzando così una vera testimonianza di un essere vivente, di un uomo che cerca disperatamente di sfuggire a quella invisibile minaccia che lo condanna. Una minaccia invisibile, ma esistente, d cui tutti hanno timore, ma che la maggior parte delle persone cerca di celare vivendo la vita quotidianamente senza pensieri nefasti.
A questo punto la sua storia diventa anche la nostra storia. E diventa anche la storia di un uomo che grida "Al lupo, al lupo" e che nessuno ascolta, anzi che alla fine tutti credono pazzo. Un uomo che non riesce a fuggire, che è costretto a rimanere dov'è, vivendo nella paura. Sì perchè "Testimonianza di un essere vivente" è anche un film sulla impossibilità di decidere della propria vita, perchè alla fine a decidere per te sono altri, i tuoi famigliari, oppure emeriti sconosciuti insigniti di tale onore e onere.
Ma in fondo è il destino di tutti. Alla morte non si può sfuggire.

C'è una interessante dichiarazione del maestro Kurosawa legata a questo film. Disse all'epoca che il suo primo pensiero era quello di fare un film satirico, ma che poi decise di cambiare registro perchè "come si può fare satira sulla bomba H?". Nel 1964 un'altro maestro, Stanley Kubrick, realizza un film satirico sulla bomba H e la minaccia di una guerra atomica. Cosa significa che Kubrick aveva più spirito satirico di Kurosawa? Il genio del regista americano era più raffinato di quello del cineasta nipponico? La risposta forse va trovata proprio nelle differenti epoche in cui sono stati girati i film e dalla differente nazionalità dei due registi. Kurosawa, giapponese, vive sulla sua pelle e su quella dei suoi amici la paura dell'atomica. Hiroshima e Nagasaki sono troppo vicine nel tempo e nello spazio per non sentirne ancora il dolore. I superstiti portano ancora addosso i segni deformanti di quegli attacchi. La mancanza di umorismo è comprensibile. Kubrick osserva la guerra fredda con più...freddezza e distacco. Quella minaccia era ancora presente ma meno pressante e soprattutto dettata dalle operazioni militari nelle "war room" di USA e URSS e non da veri bombardamenti . Insomma "satira è tragedia più tempo" come ci ricorda Lenny Bruce. Kubrick ha avuto tempo, Kurosawa solo la tragedia.

giovedì 5 marzo 2009

"La classe" di Laurent Cantet


Finalmente un film realistico sulla scuola. Un film che racconta il mondo scolastico e i giovani così come sono realmente, perchè è un film creato con i giovani, con gli studenti, raccogliendo la loro vita e le loro impressioni.
Finalmente un film vero dopo tutti i tentativi mal riusciti di registi che hanno cercato di mostrare la scuola come secondo loro è, ma che in realtà dentro una classe forse non ci sono mai stati.
Finalmente un film realistico e forse era meglio che non ci fosse.
E' ironica ovviamente la mia affermazione, perchè "Dentro i muri" questo il titolo originale del film è uno spaccato generazionale per nulla ottimistico, perchè per nulla ottimistico è il gran parte del mondo giovanile e scolastico attuale.
Ragazzi vuoti dentro, che non hanno nulla da raccontare (apparentemente, si spera) che non hanno nessuna intenzione di comprendere cosa gli sta attorno perchè non sanno chi sono. Questo è il problema principale, non sanno chi sono veramente. Vogliono essere come gli altri, vogliono essere semplicemente giovani credendo di seguire il loro modo di essere, la loro vera essenza, ma la realtà è che dentro di loro non regna la sicurezza di sapere quello che vogliono, ma in realta regna il caos, una serie di regole e impostazioni raccolte dalla realtà che gli fanno credere di avere la risposta al loro modo di vivere, ma che in realtà da raccontare non hanno nulla.

Colpa loro ma colpa, soprattuto, della realtà che li circonda e la scuola ha grandissima colpa non essendo mai stata in grado di insegnare la passione e l'interesse per il mondo e di non esser mai stata in grado di ascoltare veramente. Grammativa, trigonometria, letteratura, storia, scienze sono tutte materie inutili se insegnate a ragazzi che non hanno alcun interesse a comprenderle.
Che senso ha far leggere (in Italia) "I promessi sposi" o i "Malavoglia" a ragazzi che non hanno mai preso in mano un libro? La scuola dovrebbe insegnare la passione per la lettura, in quei 3 anni di scuola media e 5 di superiori. Dovrebbe far nascere in loro la voglia di prendere in mano un libro. Se poi si riesce in questo saranno loro da grandi a leggersi "I promessi sposi" se vorranno.
Che senso ha insegnare date, avvenimenti storici, personaggi a ragazzi che non sanno neanche chi sono loro stessi e cosa succede nella loro città e nella loro nazione?
La scuola deve insegnare la passione per le cose non le nozioni che nella vita non serviranno a nulla. Non me ne frega niente di ricordarmi vagamente alcuni frammenti della Divina Commedia, mi interessa aver imparato che cosa può esserci di bello nella letteratura e se mi interesserà prenderò in mano la Divina Commedia una volta cresciuto o altrimenti leggerò milioni di altri libri. Non me ne frega niente sapere quando è morto Napoleone, ma è importante che in me ci sia la curiosità di voler capire qualcosa di più del passato, andando a informarmi e magari poi a scoprire quando è morto Napoleone.

La scuola, e il film di Cantet lo racconta bene, non sa parlare ai ragazzi, non sa arrivare alle loro stesse lunghezze d'onda, ma si ferma a una visione della scuola che è una e basta costringendo i ragazzi ad adattarsi, ma la scuola non è una palestra di vita, è una palestra per noi stessi, per capire e comprendere noi stessi (studenti) e accrescerci. Non deve insegnarmi che devo seguire le regole, alzarmi in piedi quando entra un professore, stare composto ecc... queste cose le imparerò crescendo, ma non arriverò mai da nessun parte se imparo a stare seduto composto, ma non a guardarmi intorno e chiedermi cosa c'è di giusto o sbagliato nel mondo e cosa posso fare io per migliorarlo.

La scuola di oggi, in Francia come in Italia, insegna l'odio per la cultura e non l'amore per la passion e l'interesse. E "La classe" è un perfetto esempio di tutto questo. Un film pessimista, perchè reale, che si chiude sulla frase di una studentessa "Io non ho imparato nulla" che è emblematico dei giovani d'oggi e della società che gli adulti stanno modellando intorno a loro.

lunedì 2 marzo 2009

"The Reader" di Stephen Daldry


Si è arrivati a storcere un po' il naso quando si sente parlare di un film legato in qualche modo all'Olocausto, ai campi di concentramento e stermineo ebreo. Per due motivi. Il primo perchè ormai i film con questo tema sono tantissimi e cominciano anche a stancare, come se al mondo non vi fosse nessun'altro dramma umano da trattare. L'impressione è che si cerchi la commozione facile tra il pubblico giocando la carta vincente della Shoah. L'altro motivo è che, proprio per la grande quantità di opere realizzate, ormai non ci sia più molto da dire sull'argomento, senza correre il rischio di ripetersi.
Per fortuna c'è ancora la possibilità, ogni tanto, di rispolverare il tema e riuscire anche a raccontare qualcosa di nuovo, andando a puntare la macchina da presa su una delle facce poco note di quel periodo. Lo ha fatto "Il bambino con il pigiama a righe" raccontandoci l'Olocausto con gli occhi innocenti di un bambino (a dire la verità non originalissimo come punto di vista, lo aveva già fatto "Jona che visse nella balena") e adesso ci pensa questo "The reader" firmato da Stephen Daldry.

"The reader" non è solo un film legato ai campi di concentramento, è anche una storia d'amore ed è soprattutto una storia di colpe e peccati commessi. L'aspetto più interessante infatti del film sta proprio in questo.
Hanna è colpevole. E' una ex-ss che ha causato la morte di centinaia di persone e per questo merita di essere condannata. Ma su di lei è facile puntare il dito.
Mentre Michel dentro di se porta la colpa di non aver fatto nulla per salvare la donna che amava dall'ergastolo. E quelle cassette inviatele in prigione sono una ricerca di redenzione, un tentativo per cancellare almeno un po' il senso di colpa. Perchè lei è si un'assassina, ma non può dimenticare quell'altra faccia di Hanna, quella intima che lui ha conosciuto, quella timida di donna che si vergognava ad ammettere la sua analfabetizzazione e che amava così tanto la letteratura. Non può dimenticarlo e quindi cerca di espiare i propri peccati, ma senza successo. Su di lui pesa la colpa di aver causa la morte della donna che ama.

Dramma mondiale come l'olocausto, unito e contrapposto al dramma intimo e personale. La grande colpa di aver contribuito ad aver ucciso degli ebrei e l'altrettanto grande colpa di aver contribuito alla morte di una singola persona. L'amore può andare oltre a una colpa come quella di Hanna? Era giusto restare in silenzio e condannare un'assassina anche se questo finirà per distruggere gran parte della tua vita? Condannare una persona finendo per condannare se stessi.
E poi c'è la storia d'amore che occupa la prima parte del film. Una storia erotica che getta le basi per il conflitto che verrà a crearsi nel protagonista.

Ottima la prova di Kate Winslet abile nel vestire il dolore di Hanna con un la freddezza di una SS. Abbastanza insignificante Finnes, mentre c'è da chiedersi come mai non sia stato preso in considerazione dall'Academy per le nomination (l'Oscar sarebbe stato comunque eccessivo) David Kross che in alcuni momenti assomiglia drammaticamente al compianto Heather Ledger (lui si vincitore della statuetta).

lunedì 16 febbraio 2009

"Valzer con Bushir" di Ari Folman


Ormai l'abbiamo capito. Il valico che divide il mondo del cinema in presa diretta e quello dei film d'animazione è stato superato, anzi possiamo quasi dire che non esiste più. Ormai l'animazione è divenuta un mezzo per raccontare e non un genere a sè stante, diversificato dal resto della cinematografia e limitato ad un pubblico di minorenni.
In realtà di cartoni animati per adulti ce ne sono sempre stati, basti pensare a Ralph Bakshi, agli anime giapponesi o a Miyazaki. Ma negli ultimi anni, vuoi anche la diffusione delle tecnologie utilizzate, il muro che avvolgeva il mondo dell'animazione è crollato definitivamente. Poco importa che si tratti della iper-tecnologia della Disney/Pixar, della motion capture di Zemeckis, dei disegni black&white di Persepolis o degli attori dipinti dei film di Richard Linklater, la morale è che ora l'animazione viene vista per quella che effettivamente deve essere: una tecnica per dare maggior sfogo alla creatività e mezzo per raccontare storie che con la presa diretta sarebbe difficile narrare.

"Valzer con Bashir" firmato dall'ex soldato israeliano Ari Folman non è solo un film sul massacro di Sabra e Shatila, ne un film sulla guerra civile libanese. E' un film sulla memoria collettiva e sul rapporto tra l'orrore e i nostri ricordi. Forse, più di tutto, la volontà di Folman è quello di dirci, che la violenza è talmente disumana che il nostro cervello non la vuole neanche ricordare. La guerra non fà parte dell'uomo (o almeno non dovrebbe) tanto che la nostra mente la ripugna, la cancella, la nasconde. "Valzer con Bashir" è un film di suggestioni più che di fatti, proprio come i nostri ricordi che si fondono, si nascondono dietro altri ricordi, altri pensieri. Per questo motivo la scelta dell'animazione è azzeccatissima, perchè sarebbe stato impossibile raccontare quelle suggestioni con tale efficacia attraverso la presa diretta.
Il racconto si dipana come un documentario, in una struttura molto cinematografica con una sorta di indagine atta a colmare i vuoti di memoria di Folman. I racconti che i suoi ex-commilitoni gli fanno non vanno tanto ad arricchire il racconto di quella guerra da un punto di vista strettamente storico-politico, ma ci raccontano loro stessi. Frammenti di vita tra i mortai, storie di sogni, desideri, paure. Storie personali che ci riportano le assurdità, le paure e gli incubi di ogni conflitto bellico.

Il limite del film però rischia di essere proprio questo. Se da un lato è giusto che Folman, da ex soldato israeliano racconti e possa raccontare solo quei giorni dal punto di vista israeliano, dall'altro, questo finisce per dare poco respiro al film, che rischia di apparire solo come un omaggio ai suoi ex-compagni, una rimpatriata per ricordare i quei brutti tempi, ma senza dire nulla di più sulla guerra e quel particolare conflitto. Anche quando nel finale, Folman si concentra maggiormente sul massacro vero e proprio non aggiunge molto di più a quello che già si sapeva. Resta quello che è, un ricordo personale, anzi una serie di piccoli ricordi personali che uniti insieme regalano uno sguardo limitato su quelli scontri e quei massacri senza approfondirli più di tanto.

Splendida l'animazione che fonde insieme la grafica 3D, il disegno classico e l'animazione Flash. Animazione supportata da una musica a tratti punk rock che ben si amalgama con quelle immagini dai contrasti forti e dai colori vivi. Un buon esperimento che forse avrebbe avuto bisogno di maggior coraggio e un più ampio respiro.

venerdì 13 febbraio 2009

"Star Wars" di George Lucas - (guest directors Irvin Kershner & Richard Marquand)


“La Vendetta dei Sith” (ROTS) ha rivoluzionato Star Wars. Dal 19 Maggio 2005 e per la prima volta da quando uomini, donne e bambini di tutto il mondo si appassionarono alle storie di Luke Skywalker, Han Solo, R2-D2, Darth Vader e via dicendo, le parole Star Wars hanno un significato ben preciso. Non indicano più un singolo film, così come accadeva nel 1977 e nemmeno una singola trilogia. Oggi, e per la prima volta, Star Wars (cinematograficamente parlando) è il nome di un unico film di 13 ore. Questo che lo vogliate o no. Star Wars (o Guerre Stellari che dir si voglia) sono le due paroline magiche per indicare una straordinaria epopea unica nel suo genere che mai ha avuto e probabilmente mai avrà rivali. E questo grazie a ROTS e ai suoi due predecessori. Come dicevo all’inizio, il III episodio della saga ha rivoluzionato (ma forse è meglio dire ampliato) la potenza della Vecchia Trilogia (VT) e dato maggior importanza a “La Minaccia Fantasma” (TPM) e “L’Attacco Dei Cloni” (AOTC). A partire dai personaggi della VT che ora possono essere visti sotto una luce nuova che sicuramente risplende con maggiore potenza rispetto a prima.

Uno di questi è Palpatine che sicuramente, tra tutti i protagonisti della saga, è quello che grazie alla narrazione dell’inizio della storia ci ha guadagnato di più. Il suo spessore caratteriale, la sua importanza e soprattutto la sua malvagità sono aumentati drasticamente. Infatti con una visione di Star Wars limitata alla sola Trilogia classica c’eravamo fatti un’idea sbagliata dell’Imperatore. Per prima cosa non lo ritenevamo il “cattivo” di Guerre Stellari, ruolo che invece andava a Darth Vader, ma era semplicemente una figura di fondo (per quanto importante). Di lui sapevamo che era il Maestro di Vader, che era sicuramente potente e che aveva la classica ambizione di conquistare il mondo, pardon la Galassia. Adesso, con una visione completa della storia ci rendiamo conto che Palpatine è molto più malvagio, subdolo e diabolico di quello che pensavamo. Da “La Minaccia Fantasma” in poi possiamo assistere a tutte le sue mosse per raggiungere quella poltrona d’Imperatore su cui siederà ne la VT. Scopriamo così che Palpatine ha l’abilità di giocare a suo piacimento con i sentimenti e con il dolore delle persone che lo circondano, dalle quali si presenta come un amico, un consigliere, un mentore. Basti pensare a quello che dice Anakin in suo favore quando Obi-Wan gli svela la decisione del Consiglio di spiarlo. Organizza sotto le sembianze di Darth Sidious una invasione su Naboo (il suo pianeta natale) al solo scopo di sfruttare l’amore e l’attaccamento che la regina quattordicenne Padmé Amidala prova nei confronti del suo popolo per convincerla a spodestare Valorum dalla sua carica di Cancelliere Supremo ovviamente per occupare lui stesso quella poltrona. Poltrona che gli permetterà di controllare il Senato, la Giustizia e perfino il Consiglio dei Jedi. Fa scoppiare una guerra galattica semplicemente per avere una “scusa” per creare quell’esercito di Cloni di cui avrà bisogno per conquistare la Galassia e distruggere finalmente i Jedi. Nella sua doppia veste di Cancelliere saggio, leale, dai buoni principi di pace da una parte e di signore dei Sith, Darth Sidiuos (la sua vera identità) dall’altra, è a capo di una diabolica macchinazione per raggiungere il Dominio Totale, approfittando di ogni minima possibilità per sfruttare sia i “buoni” che i “cattivi”. Perché Palpatine ha la caratteristica di essere un cattivo assoluto in grado di ingannare anche quei characters che riteniamo siano suoi alleati (o almeno lo credono loro) ma che in realtà sono anch’essi pedine di quella enorme partita a scacchi che è la salita al potere: come il viceré della Federazione del Commercio o il Conte Dooku. La dimostrazione che sia Palpatine il vero “Cattivo” della Saga e non Darth Vader l’abbiamo dal fatto che con questa sua straordinaria abilità di manipolare le menti altrui e d’intrecciare sordidi complotti, riesce ad ingannare perfino Anakin Skywalker, colui che ritenevamo l’antagonista di Star Wars. Detto questo sembrerebbe di avere a che fare con un uomo estremamente astuto e diabolico ma che preferisce lasciare agli altri il lavoro sporco. Sbagliato! Infatti, se tutto questo non bastasse Palpatine/Sidious è perfino un potente guerriero, sia nel combattimento con le spade laser che con i poteri del Lato Oscuro della Forza e in “La Vendetta Dei Sith” ce ne da ampia dimostrazione liberandosi facilmente dei Jedi che sono venuti ad arrestarlo (e stessa fine avrebbe fatto anche Windu se non fosse che gli serviva vivo) e sconfiggendo il più potente Maestro Jedi, Yoda. Insomma Palpatine è un Cattivo a 360°, subdolo, meschino, malvagio e potente. Un cattivo perfetto, forse il più completo e diabolico della storia del cinema. Un cattivo che senza la Nuova Trilogia (NT) rischiavamo di perdere. E ora guarderemo l’Imperatore degli episodi V e VI in modo diverso, consci delle sue reali e diaboliche capacità.

Come dicevo all’inizio ROTS e tutta la trilogia iniziale di Star Wars hanno il merito di aver aumentato di spessore e profondità alcuni personaggi della Trilogia Classica. I loro comportamenti e le loro azioni hanno assunto una maggiore comprensione e un più profondo significato. Uno dei personaggi che è stato maggiormente sviluppato è sicuramente Obi-Wan Kenobi. Nella VT il nostro aveva il compito, insieme a Yoda, di fare da guida a Luke (e a noi stessi) tra le meraviglie e i pericoli che il potere della Forza presenta. È proprio su questo aspetto “dell’insegnamento” che mi voglio soffermare. C’è un motivo importante, che affonda le sue radici nel passato, che porta Kenobi ad interessarsi alla crescita di Luke e al suo tirocinio da Jedi: la Sofferenza. Obi-Wan Kenobi ha sofferto. Ha sofferto quando Anakin, suo allievo, suo migliore amico, suo “fratello” si è volto definitivamente al Male. E lo sappiamo guardando quella bellissima scena in cui Vader scivola nella lava e Obi-Wan urla tutto il suo dolore. Ha sofferto perché è stato proprio Anakin, colui che doveva portare equilibrio nella Forza a gettarla invece nelle tenebre. E sono dolore e sofferenza i motivi che lo spingono a non svelare del tutto la verità a Luke sulla sorte del padre. Non è un bugiardo, come si potrebbe pensare guardando la VT, ma come gli disse Yoda in ROTS dopo aver visto le registrazioni della sorveglianza, Anakin, l’Anakin che conosceva fin da quando era un ragazzino impaurito, è morto sopraffatto dal Lord Sith Darth Vader. È per questi motivi, e non per un semplice legame ai principi di Jedi, che Kenobi vuole che Luke sia fedele al Lato Chiaro della Forza. Non vuole rischiare di perdere anche lui. Di fallire di nuovo.
Un altro aspetto di Obi-Wan che è stato decisamente enfatizzato dalla NT è il suo essere un Cavaliere Jedi, un potente Cavaliere Jedi. E’ lui a sconfiggere Darth Maul, il Generale Grievous, a mettere in fuga Jango Fett e per poco, a non uccidere l’Eletto (ma d’altro canto era destino che finisse così). È Obi-Wan a regalarci i duelli con le spade laser più belli che si erano mai visti. Mi viene da chiedermi: ma come potevamo essere fan dei Jedi o dei Sith se non avevamo mai visto un combattimento come quello in TPM? La Minaccia Fantasma, L’Attacco dei Cloni e La Vendetta Dei Sith ci mostrano un nuovo Obi-Wan Kenobi, estremamente umano nelle sue debolezze e nei suoi punti di forza. Un uomo che ha avuto (oppure se lo è cercato) un compito tra i più difficili che potevano essere assegnati a un Jedi: addestrare colui che porterà equilibrio nella Forza. Obi-Wan è un guerriero forte e saggio, leale e coraggioso ed è indubbio che adesso, quando lo guarderemo in Una Nuova Speranza e ne Il Ritorno Dello Jedi parlare con Luke del passato e di Anakin, non potremo non pensare alle sue vicende da Cavaliere, ai suoi occhi pieni di lacrime mentre incrociano quelli di Vader morente (per lui comunque resta sempre Anakin) e capiremmo perché non creda che ci sia ancora del buono in Vader dopo che lo ha visto sterminare bambini, strangolare Padmé e urlargli addosso “Ti odio!”. Sarà anche più facile comprendere il suo atteggiamento di quasi rassegnazione immediata dopo che Luke in ROTJ gli dice che non può uccidere suo padre “Allora l’Imperatore ha già vinto. Tu eri la nostra unica speranza.” Capisce quello che Luke sta provando. Perché è lo stesso sentimento che provò lui al solo pensiero di affrontare e uccidere Anakin.
Quando comparve per la prima volta nell’Impero Colpisce Ancora, parlando in quel suo modo strano non avremmo scommesso un centesimo su di lui. Quando, sempre nello stesso episodio sollevò con la sola forza interiore un X-Wing dalla palude pensammo “Beh, forse un po’ più di fiducia se la merita, questo piccoletto.” In ogni modo, nella Vecchia Trilogia si fa fatica a pensare a Yoda come a un potente Maestro Jedi. Un guerriero che ha visto e ha partecipato alla Guerra dei Cloni, talmente potente (o fortunato) da essere l’unico Jedi a non morire per mano di qualcuno. Con la NT, ecco che anche Yoda ci viene mostrato per quello che è realmente. E allora mentre prima non capivamo del tutto se Yoda in TESB ci era o ci faceva, ora sorridiamo divertiti e più consapevoli quando lo vediamo prendersi gioco di Luke su Dagobah. Sappiamo qual è la vera forza del Maestro e questo ci fa interessare ancora di più alla vicenda di Luke. Yoda è saggio e potente, su questo non ci sono dubbi e ha aspettato questo momento (l’addestramento del giovane Skywalker) da molto tempo. Adesso, arrivati a 5/6 del film ci chiediamo se effettivamente c’era un reale motivo per sperare in Luke. Qualcuno si è messo a ridere e ha urlato all’assurdità (per non dire alla blasfemità) quando vide ne AOTC Yoda accendere la sua spada laser verde e saltellando combattere contro Dooku. Pensare a un combattimento tra due guerrieri che hanno più di un metro e mezzo di differenza non era certo facile e ritengo che questa scelta (tra l’altro era l’unica possibile) ci dia finalmente un immagine di Yoda di grande Maestro in grado di utilizzare la Forza e di mostrare il suo potere solo quando estremamente necessario, facendo credere ai suoi avversari (come fece con Luke) che sia l’altezza o la forza fisica quelle che contano maggiormente, per poi invece dimostrare tutta la sua vera Forza. Grazie a la Nuova Trilogia siamo entrati in profonda conoscenza non solo di Yoda e Obi-Wan, ma di tutto l’ordine dei Cavalieri Jedi e dei loro rivali di sempre, i Sith. È innegabile che con una visione di Star Wars ristretta all’ultima metà, si sa poco o nulla sui Jedi, sul loro ruolo, sul loro prestigio e contemporaneamente sulla malvagità e sul pericolo presentato dai Sith.
Così come George Lucas ha fatto per Star Wars, anch’io per parlare di Anakin Skywalker voglio partire dalla fine. Alzi la mano chi non ritenga che dopo la visione di ROTS, il momento della redenzione di Anakin non abbia assunto un importanza maggiore. La scena chiave di cui mi riferisco è ovviamente quella dell’omicidio di Mace Windu. È qui che il Cancelliere Palpatine porta a termine il suo piano di condurre Anakin al suo fianco. Per prima cosa rivela ad Anakin di essere lui l’oscuro signore dei Sith che stavano cercando e questo crea nel ragazzo un primo conflitto: comportarsi da Jedi e riferire tutto al Consiglio oppure seguire i suoi insegnamenti e salvare Padmé. Abbastanza sorprendentemente (per noi che conosciamo già tutto) Anakin sceglie di comportarsi da Jedi. Addirittura estrae la spada minacciando Palpatine. Così riferisce al Maestro Windu quello che ha scoperto e quest’ultimo, con altri tre Jedi e tenendo alla larga Anakin lo va ad arrestare. Questo è proprio quello che vuole Palpatine, che infatti è tranquillamente seduto in poltrona ad aspettare i Cavalieri. Ennesima dimostrazione di forza. Durante un velocissimo combattimento si libera subito con pochi rapidi fendenti dei tre Jedi e inizia a duellare con Windu. Nel frattempo Anakin è impegnato nel più duro combattimento che abbia mai affrontato. Quello contro se stesso. Un conflitto interiore che ci viene mostrato grazie a una bellissima scena di grande cinema come non se ne vedeva da tempo. Quella che vede Skywalker nella sala del Consiglio Jedi e in montaggio alternato Padmé a casa, con il sole che tramonta dietro i grattacieli di Coruscant tingendo di rosso il pianeta, il tutto accompagnato dal silenzio e da un leggero intervento in sottofondo di John Williams. È lì, poco prima di saltare a bordo dello speeder e raggiungere Palpatine che Anakin si rende conto che non può vivere senza Padmé e che ha bisogno del Cancelliere e dei poteri del Lato Oscuro. Arrivato nella sala del Cancelliere, Anakin si trova di fronte Windu e Palpatine in duello. Da una parte il cavaliere Jedi che più di tutti probabilmente simboleggia quella insicurezza e timore che il Consiglio (di cui è sempre più deluso) sente avere nei suoi confronti. E dall’altra quel nemico giurato che ha sempre promesso di combattere che però può avere con sé la chiave per cancellare per sempre le sue paure. In quella circostanza Anakin uccise Windu facendosi travolgere dai propri sentimenti e seguendo il Lato Oscuro. Arrivati alla fine del Film, ci ritroviamo ad assistere a una scena quasi identica. Palpatine, ormai Imperatore, sta colpendo a morte Luke con le saette e Darth Vader/Anakin assiste alla scena. Che cosa farà ora? È veramente passato del tutto al Lato Oscuro oppure quel poco di buono di cui parlavano Luke e Padmè è veramente ancora dentro di lui? E qui avviene la sua redenzione. Vader solleva l’Imperatore e lo scaraventa nel baratro. Padmè aveva ragione: Anakin non era stato ucciso del tutto da Vader, qualcosa di lui viveva ancora. Certo tutto questo lo intuivamo già guardando solo la VT ma ora tutto ha assunto un peso maggiore e la redenzione, quel gesto che ha portato equilibrio nella Forza è diventato ancora più liberatorio e importante. Leggendo alcune recensioni ho notato che qualcuno è rimasto un po’ sconcertato dal fatto che il motivo che porta Anakin a divenire Darth Vader sia l’Amore. In realtà non è l’amore in sé, ma la Paura. E qui “La Minaccia Fantasma” gioca un ruolo importante. Infatti è la paura di perdere la donna che ama, la paura di soffrire nuovamente, così come aveva sofferto anni prima per la morte della madre e in parte per quella di Qui-Gon Jin a farlo crollare. E non dite che Yoda non lo aveva avvertito. Nel I episodio infatti è il Maestro Jedi ad avvertire molta paura nel giovane e a metterlo (e a metterci) in guardia su essa: “Paura di perderla tu hai (riferendosi alla madre)” “Che c’entra questo con tutto il resto?” “Con tutto c’entra. La paura è la via per il Lato Oscuro. La Paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio conduce alla sofferenza. Io sento molta paura in te.” Ed è proprio quella paura di cui parlava Yoda che creerà il conflitto in Anakin e lo farà cadere nella trappola di Palpatine. Perché Palpatine gioca anche con i sentimenti del suo allievo. Sfrutta questa sua paura di soffrire a suo vantaggio facendogli credere che tramite il Lato Oscuro possa trovare il modo per strappare Padmé alla morte. In questo modo porta a termine il suo piano di distruggere i Jedi e di avere al suo fianco il più potente guerriero esistente. Il Darth Vader che conoscevamo nella VT quindi era solo un frammento di quello straordinario personaggio che è a tutti gli effetti il protagonista di Star Wars. Una profondità caratteriale e psicologica che non conoscevamo e che grazie ai primi tre episodi abbiamo per fortuna scoperto.

Ma le vicende di Anakin e il suo precipitare nel baratro, quasi fosse un angelo caduto, hanno permesso di dare maggior potenza e risalto anche a suo figlio, Luke Skywalker. Con grande abilità, infatti, Lucas getta Luke nelle stesse situazioni in cui si era trovato suo padre in passato. In questo modo ci troviamo a chiederci se anche Luke cederà al Lato Oscuro come Anakin. Entrambi hanno subito dolorose perdite, hanno lasciato Tatooine per “volare verso il cielo”, sono entrambi abili piloti e tutti e due perdono una mano durante uno scontro con le spade laser. E quell’arto mozzato ci porterà a chiederci superato metà Film se anche Luke sia destinato a seguire le orme del padre. Parallelismo tra i due che viene sottolineato anche dalla somiglianza delle loro vesti che sono entrambe nere e con un guanto dello stesso colore a coprire la mano meccanica. Luke cederà anche lui e il dubbio ci rimarrà anche fino alla fine di Sesto capitolo quando Luke si fa spingere dall’odio e attacca Vader, mozzandogli un braccio e urleremmo “No, non lo fare!!” Ci verrà da pensare che Palpatine abbia vinto ancora (perché ora sappiamo di cosa è capace l’Imperatore). Pensiamo che non c’è più niente da fare. Ma quando Luke spegnerà e getterà via la sua lightsaber dopo aver atterrato Vader e confermato la sua voglia di stare alla larga dal Lato Oscuro un grido di esultanza si alzerà dal pubblico che avrà appena terminato di godersi per intero Star Wars.

Per concludere, George Lucas ha regalato a noi e soprattutto alle generazioni future un epopea da altri tempi. L’unica avventura cinematografica che può essere messa a livello di capolavori immortali della letteratura del passato come l’Illiade o La Divina Commedia. Raccontandoci una favola piena di dramma, avventura, comicità, fantasia, sogni e amore. Una storia che è arrivato il momento di non vedere più come due singole trilogie da confrontare tra loro, o come 6 episodi da inserire in una classifica di gradimento, ma come quello che è realmente: un unico magico film. Un'unica straordinaria avventura che conduce grandi e piccoli in mondi lontani e fantastici a seguire le storie di personaggi senza tempo. E quando dal 19 Maggio 2005 il cerchio è stato chiuso, Star Wars è diventato più potente che mai.