sabato 13 luglio 2013
lunedì 26 aprile 2010
"Sherlock Holmes" di Guy Ritchie

Spesso però, questa procedura di svecchiamento lascia il tempo che trova, come nel caso di Sherlock Holmes che Guy Ritchie riporta sullo schermo trasformandolo completamente.
Lascerei da parte le differenze tra lo Sherlock di Ritchie e l'originale di Conan Doyle perchè sappiamo come ragiona Hollywood, ma una domanda mi sorge spontanea. Perchè portare sullo schermo un personaggio cult come l'investigatore privato più famoso del mondo, se poi l'alter ego sullo schermo è completamente diverso da quello letterario? Non si faceva prima a creare un personaggio ex-novo, come ad esempio hanno fatto i creatori del Dottor House che chiaramente si sono ispirati alla creatura di Arthur Conan Doyle? Ovviamente la risposta è puramente commerciale. Il nome Sherlock Holmes attira il pubblico molto di più di un personaggio sconosciuto e così metà del lavoro di promozione è fatto.
Nel lavoro di rimodernamento però qualcosa è andato perso, o meglio si è finito per trasformare un brillante (e folle) detective in una sorta di supereroe, dotato non solo di elevate capacità intellettive (come l'originale) ma persino di una vista sopraffina, di un olfatto capace di cogliere ogni sfumatura di una fragranza e di un udito finissimo. Nel film infatti le doti dell'investigatore sono esagerate al massimo. E' capace di vedere cose che occhio umano non saprebbe cogliere. Nel viaggio bendato in carrozza riesce persino a sentire il profumo del pane appena sfornato e percepirne l'aroma tipico di un determinato panificio. Oppure riesce a vedere le sfumature di colore negli occhi di chi incontra. Insomma Holmes più che brillante diventa sovrannaturale. Sembra quasi il protagonista del telefilm "The sentinel" (solo che quello i poteri li possiede veramente).
Se da un lato è molto bella l'idea di mostrare come ragiona la sua mente prima di compiere una azione, dall'altra il modo in cui raccoglie informazioni finisce per essere esagerato e lo spettatore è completamente tagliato fuori perchè non riesce a stargli dietro e a vedere anche solo uno degli indizi che invece lui comprende in un attimo.
E' vero che anche nei racconti di Doyle, il lettore non sa nulla della pista seguita da Sherlock e solo alla fine, quando l'investigatore smaschera il colpevole, comprende che cosa è successo, ma in quel caso c'è un particolare: a raccontare la storia è il dottor Watson, che come caratteristiche è più simile a noi. Anche lui non riusce a seguire i ragionamenti dell'amico e noi finivamo per avere un alleato con il quale cercare di seguire l'intreccio. Qui invece lo spettatore è da solo. Seguiamo Holmes nella sua indagine e lo vediamo notare dettagli con l'abilità di un supereroe, oppure raccogliere indizi come il dente di leone o la coda di topo senza capire come possano essere utili alle indagini.
A proposito di indagine. Ma qual'è il caso da risolvere? Nel riportare in vita Sherlock Holmes, gli autori del film si sono dimenticati di dargli un caso da risolvere. Generalmente nei racconti dell'autore inglese, Holmes è chiamato a risolvere un omicidio dai connotati inspiegabili. Ad esempio un uomo ucciso in una stanza chiusa dall'interno. Insomma, un mistero apparentemente impossibile da risolvere tranne che per l'investigatore privato Sherlock Holmes. In questo caso però non si capisce dove stia il mistero. Tutto nasce dal ritorno in vita di Lord Blackwood, impiccato e dichiarato morto dallo stesso dottor Watson. Questo sì che è un bel mistero, peccato però che si scopre subito che le cose sono meno "inspiegabili" di quanto sembri visto che nella bara, al posto di Blackwood, viene trovato un altro cadavere e quindi è facile dedurre che in realtà Blackwood non è mai morto. Bisogna trovarlo allora e scoprire il suo piano. Ok, ma il resto è completamente incomprensibile allo spettatore.
La storia dei 4 elementi, ad esempio, è impossibile da comprendere, così come il motivo per cui la lastra tombale è stata distrutta (tra l'altro la motivazione è inverosimile), la parentela tra Blackwood e Lord Coward (scoperta anche qui grazie alla super vista di Holmes), l'identità dell'uomo misterioso e via dicendo. Lo spettatore non fa altro che seguire passivamente la storia senza poter provare a risolvere il caso (anche perchè non si capisce dove stia il mistero) e semplicemente osserva Holmes raccogliere indizi su indizi con il suo fiuto sovrumano fino ad arrivare ad uccidere Blackwood.
Non è un caso infatti, che la storia non sia tratta da un racconto di Arthur Conan Doyle, ma sia stata creata di sana pianta dal tris di quasi sconosciuti sceneggiatori che evidentemente non sanno che cosa sia il racconto "giallo".
"Sherlock Holmes" si rivela per quello che voleva essere. Un film scanzonato e divertente, grazie soprattutto allo straordinario talento di Robert Downey Jr. Una americanata che non ha nulla a che vedere con le vere avventure del vero Sherlock Holmes e che non si differenzia molto da altri prodotti made in USA.
giovedì 1 ottobre 2009
"Frozen River" di Courtney Hunt

Dietro a una madre che cerca di dar da mangiare ai propri figli, c'è sempre la mancanza di un marito. Magari morto, magari scappato con una più giovane, magari latitante.
Dietro a una ragazza sola che nasconde qualcosa e cerca di arrangiarsi, c'è sempre un figlio piccolo, che non può tenere, che non può crescere e che magari osserva da lontano, silenziosamente.
E in questo film, ci sono sia una brava persona che si da al crimine, sia una madre con figli a carico, sia una ragazza che non può fare la madre. Il finale quindi, capitelo da soli.
Acclamata al Sundance Film Festival, l'opera prima di Courtney Hunt sembra esser rimasta congelata, come quel fiume di ghiaccio che le due protagoniste devono costantemente attraversare. Congelata in una storia già vista, che non si surriscalda mai, che dona poche emozioni al pubblico.
La prima parte è ottima, ben costruita, con la protagonista che decide di continuare quel gioco pericoloso nella quale è finita per puro caso. La ricerca del marito la porta a scoprire qualcos'altro, non solo un'amicizia ma una scappatoia dalla vita di tutti i giorni.
E' quello che succede dopo che non convince e non emoziona. Il gioco pericoloso alla fine si rivela non così pericoloso. Le due rotagoniste non restano mai davvero coinvolte nel traffico, ne si mettono davvero nei guai. Anche l'abbandono involontario di un neonato in mezzo al ghiaccio e l'angoscia di averlo ucciso non risalta così prepotentemente. Sembra quasi che non gliene freghi nulla e a noi non rimane molto, alla fine della visione.
I figli, soprattutto il 15 enne, è praticamente inutile. Oltre a rischiare di dar fuoco alla casa non fa nulla. Neanche disobbedisce alla madre. Non si caccia di guai, ne al contrario, fa qualcosa di positivo. Se le sue scene fossero state tagliate in fase di montaggio, non sarebbe cambiato nulla.
A volte al valito Sundance Film Festival prendono qualche cantonata. "Frozen River" è un film comunque ben girato, con un sempre presente effetto documentario (che sembra l'unico modo per girare un film indipendente), ma che doveva entrare più in profondità nelle pieghe noir della vicenda e rendere più forte il conflitto di una convincente, ma troppo frozen, Melissa Leo.
lunedì 24 agosto 2009
"American History X" di Tony Kaye
pubblicato su "www.filmedvd.it"Storia sull'impatto sociologico del nazismo?
Storia sull'impatto della società deviata nei giovani d'oggi?
Storia americana?
American History X è tutto questo e anche qualcosa di più. L'opera prima di Tony Kaye è soprattutto una storia di rinascita. Di morte e rinascita. Di redenzione.
Derek muore. Da giovane, da ragazzo precipita in un buco nero fatto di violenza, odio, razzismo, onnipotenza. Come essere umano Derek non esiste più. Come un angelo caduto precipita all'inferno. Un inferno senza colore, senza vita, dove l'unica prerogativa è cancellare, uccidere, eliminare tutto quello che non rientra nella visione della vita da lui delineata.
Il film ha una netta struttura in tre parti, se volessimo dispiegare la storia nell'ordine cronologico in cui si svolgono i fatti. Questa, quella della morte di Derek è la prima parte. L'Inferno.
Il Purgatorio, la seconda fase di questo cammino di redenzione e rinascita che è la storia di Derek è il carcere, dove la sua anima di angelo caduto riprende coscienza di se e del mondo. Derek torna in vita, comprende chi è, comprende quello che ha fatto, comprende soprattutto chi sono i suoi compagni e qual'è l'odio cieco e assurdo al quale ha dato retta fino a quel momento. Derek si redime, non solo legalmente, ma soprattutto psicologicamente.
Ora, in una tale visione del film, la terza parte, quella del ritorno a casa, quella dove il colore torna a riempire l'inquadratura, dovrebbe rispecchiare il Paradiso, ma American History X è troppo realistico per non sapere che il Paradiso in Terra, non esiste. Ed ecco che i peccati commessi da Derek non possono essere del tutto espiati e la tragedia lo marchierà a vita, ricordandogli per sempre di quando era morto.
American History X” fu vittima ai tempi di un contrasto forte tra Kaye e la produzione che si impose molto sul neo-regista che dovette rinunciare al potere decisionale del final-cut. Quindi nel prodotto finale è difficile distinguere tra quello che è veramente frutto del regista e quello che invece è stato imposto dalla produzione. Non sappiamo ad esempio, a chi spetta l'onere della struttura narrativa e della decisione di dividere in film, metà in bianco e nero e metà a colori, oppure di mischiare l'ordine degli eventi. In entrambi i casi però, chiunque ne abbia il merito, mi sento di dovermi congratularmi per la scelta fatta. Come già accennato il B/N o Colore va ad indicare le due diverse vite di Derek, quella prima e quella dopo la redenzione, dopo il Purgatorio. L'ordine degli eventi, nel quale vediamo prima il passato da Nazi del protagonista, poi il suo stato di redento e infine l'elemento più importante, l'aspetto cardine del film, ovvero il carcere. Il rischio era che un passaggio così forte tra il Vecchio Derek e il nuovo Derek, completamente l'uno contrapposto all'altro risultasse fasullo se gli avvenimenti del carcere non avessero abbastanza forza e convinzione per spiegare la mutazione. Il rischio corso però ha dato i suoi frutti. Quello che accade in prigione a Derek è non solo credibile, ma “giusto”. Nel senso che ora si trova incastrato in quel folle progetto di odio e vendetta che è il razzismo. Da carnefice ora si ritrova vittima. Vittima dei suoi stessi “fratelli”. Questo schiaffo della realtà lo porta a vedere tutto con più nitidezza (ecco ancora il passaggio al Colore). Uno schiaffo talmente forte che anche se non vissuto in prima persona, riesce a convincere suo fratello che la scelta giusta da fare è abbandonare quella strada. Ma come è stato detto, il Paradiso in Terra non esiste e ormai è troppo tardi. Per uno che torna alla vita, qualcuno la lascia per sempre. Questa è la storia americana, quella con X maiuscola.
giovedì 13 agosto 2009
"Non è un paese per vecchi" di Joel e Ethan Coen

Ovviamente la risposta non può essere univoca per tutti i film. In alcuni casi diventa addirittura inutile, come per le opere di Stanley Kubrick che sono quasi tutte adattamenti di altrettante opere letterarie. Ma il genio di Kubrick e la sua unica concezione del cinema, rendono ogni singolo film assolutamente indipendente dalla sorgente letteraria rendendoli a tutti gli effetti storie originali. In altri casi invece è doveroso soffermarsi anche sul romanzo e notare come la storia sia stata trasportata sullo schermo.
Uno di questi film è “Non è un paese per vecchi” tratto dall'omonimo romanzo di Cormac McCarthy, uno dei migliori adattamenti degli ultimi anni. I Coen portano sullo schermo in maniera il più fedele possibile, quasi scientifica, tutta la tensione, tutto il fascino e tutti i magnifici dialoghi di McCarthy amplificandone la bellezza attraverso il loro indubbio talento.
Molti di coloro che hanno letto il libro del Premio Pulitzer americano potranno pensare che il lavoro dei Coen fosse facile. Ancora di più se si voleva restare fedeli al libro. Non si sono dovuti neanche impegnare molto a scrivere i dialoghi o a creare personaggi. Era già tutto nelle pagine di McCarthy. E invece le cose non sono così semplici. Perchè un conto è la pagina scritta, il racconto per parole e tutta un'altra cosa e raccontare la stessa storia, la stessa scena, lo stesso dialogo sullo schermo. Intanto è necessario selezionare, dividere ciò che va mantenuto da quello che sullo schermo non può funzionare. Bisogna cesellare. E in questo i due fratelli del Minneapolis sono stati fantastici, dimostrando grande padronanza della struttura e delle regole narrative del cinema, sapendo cogliere le situazioni più cinematografiche, adattandole dove necessario alle esigenze filmiche ed eliminando i rami morti (per il film ovviamente) che sarebbero stati di troppo, se non addirittura dannosi per la crescita dell'organismo-film.
L'altra difficoltà è quella di trasformare una scena di Cormac McCarthy in un scena dei Fratelli Coen. “Non è un paese per vecchi” nonostante non nasca da un soggetto originale è a tutti gli effetti un'opera dei Coen, anzi è probabilmente la summa di tutti i loro lavori, della loro straordinaria capacità di utilizzare a 360° il mezzo filmico per creare quello che si avvicina il più possibile al concetto di Mito. Il lavoro dei Coen può essere visto come un lavoro di modellazione, quasi come degli artigiani dell'argilla che plasmano una figura tridimensionale fino a quel momento esistita solo sulla carta sotto forma di schizzo preparatore. Un personaggio come quello di Anton Chigurh, il killer con la bombola ad aria compressa (idea di McCarthy) che i Coen plasmano in IL killer per eccellenza vestendolo di pura follia. Il taglio di capelli di Bardem è perfetto, elemento grottesco affibbiato ad un personaggio che di grottesco non ha nulla. Proprio per la sua apparente buffoneria, la violenza risulta ancora più efferata e Chigurh ancora più terrificante. La presenza scenica di questo personaggio non ha eguali. Quando entra in scena lui, sembra di assistere all'ingresso di Darth Vader. Non sai cosa aspettarti, ma sai che non sarà nulla di positivo.
Il modo con cui i Coen utilizzano il "non visto" (sono pocchissime le morti che avvengono sullo schermo, si arriva spesso sul posto a fatto compiuto), la suspance, la tensione, attraverso un ritmo lento che rende la storia allo stesso tempo glaciale, meticolosa e adatta alla riflessione. La glacialità e meticolosità con cui Chigurh e Llewelyn fuggono e inseguono e la riflessione di quell'uomo troppo vecchio per stare al passo con un mondo ormai non più adatto a gente come lui. Lo sceriffo Bell, narratore e moralizzatore, è il nostro legame con quel no country for old man in cui anche noi ci sentiamo fuori luogo.
La sequenza del motel, il dialogo tra Chigurh e il benzinaio, la fuga di Moss inseguito dal cane (una fotografia da mozzare il fiato), il sogno di Bell, sono decine le scene di una perfezione assoluta, che donano al film un aurea da capolavoro. Sintesi perfetta di “Non è un paese per vecchi” il sogno finale dello sceriffo, sintesi del contrasto tra il vecchio e il nuovo. In quel buio e in quel freddo in cui è precipitato il mondo, chi vi è cresciuto dentro resta indietro, resta perduto. Ma da qualche parte, forse proprio nel nostro passato (il padre) possiamo trovare ancora una luce a guidare il cammino. E quel “E poi mi sono svegliato” che lo ripiomba in un istante nella quotidianità. Magistrale.
sabato 30 maggio 2009
"Rififi" di Jules Dassin
"Rififi" a prima vista si classificherebbe nel secondo gruppo. Se non fosse per Tony, il laureato, la mente del gruppo, l'organizzatore del piano. Perchè Tony è un personaggio ambiguo, sfaccettato, in continua mutazione. Non è solamente il capo banda, è qualcosa di più. All'inizio del film, quando facciamo la sua conoscenza è uno sfigato giocatore di poker. Uno che deve chiedere soldi agli amici, per poter continuare a giocare, perchè i suoi continua a perderli una mano dopo l'altra. E in più, di lui ormai non si fida più nessuno. Subito dopo scopriamo qualcosa in più su di lui. E' un rapinatore di banche, o meglio è un bravo rapinatore di banche, o ancora meglio era un bravo rapinatore di banche, che ormai però sembra essere sulla strada del pensionamento. E' una mente lucida, intelligente che sa il fatto suo. Dopo pochi minuti ecco una nuova mutazione. Ora lo vediamo nelle vesti di un patrigno affettuoso, amorevole con il proprio figliastro che tra l'altro porta il suo stesso nome. Ci risulta persino simpatico. E arrivati fin qui, (sono passati solo 10 minuti) ci sembra di trovarsi di fronte il classico ladro dal buon cuore con tanta esperienza alle spalle e ormai poco da chiedere alla vita.
Ma le cose cambiano quando entra in scena lei, la donna amata che viene dal passato. Ed ecco che Tony si sfila la cintura e comincia a picchiare la donna per vendicarsi del tradimento subito. Un picchiatore di donne, un uomo violento.
Altro che ladro gentiluomo come pensavamo. Questo ha un'anima nera, cupa, violenta che si manifesta per una donna, per una stupida storia d'amore. Ultima metamorfosi, alla fine della pellicola, quando veste la maschera dell'eroe. E' lui a salvare il bambino e a morire per riportarlo a casa dalla madre. Un personaggio quindi ricco e mutevole, estremamente interessante che va ad unirsi agli altri membri della banda, che al contrario rispecchiano gli standard del genere senza grosse mutazioni. E' Tony a dare vita al piano e poi, in un certo senso, a distruggerlo (non dimentichiamoci che è stato lui a scegliere nella banda Cesare, il Marsigliese, lo scassinatore donnaiolo che finirà per essere il punto debole del gruppo).
"Rififi" brilla soprattutto per la sceneggiatura, ben architettata che fino alla fine non svela il suo finale. Fino alla fine, infatti, non si sa come la storia andrà a finire, chi sopravviverà e chi invece si ritroverà con una pallottola in petto. L'intreccio in cui si ritrova inconsapevolmente coinvolto Jo, il braccio della banda, il padre del piccolo rapito è magistrale. Tutto sembrava risolto e invece un imprevisto cambia le carte in tavola.
Ma il fulcro del film, è la scena madre, la rapina. Circa 30 minuti di puro cinema. Un racconto per immagini di grande tensione e splendidamente orchestrato, tra regia, fotografia e interpretazioni. Una rapina che fa scuola. La forza di questa sequenza sta nella scoperta poco alla volta del piano e questo grazie all'intuizione di Jules Dassin e Renè Wheeler, sceneggiatori del film, di eliminare un altro elemento classico del genere: la presentazione del piano. La rapina non ci viene presentata prima. Non vediamo Tony spiegare il piano ai suoi compagni (e a noi) ma vediamo il piano messo in atto, in silenzio, un pezzetto alla volta.
"Rififi" è un magnifico gangster movie. Un bianco e nero splendidamente fotografato che ha fatto scuola. Un film ben costruito, dal buon ritmo, che fino alla fine non ti lascia un momento per distrarti.
giovedì 23 aprile 2009
"Il servo" di Joseph Losey

lunedì 13 aprile 2009
"Testimonianza di un essere vivente" di Akira Kurosawa
pubblicato su "www.filmedvd.it"giovedì 5 marzo 2009
"La classe" di Laurent Cantet

lunedì 2 marzo 2009
"The Reader" di Stephen Daldry

lunedì 16 febbraio 2009
"Valzer con Bushir" di Ari Folman

(Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=-8f7n2VYF04)
Ormai l'abbiamo capito. Il valico che divide il mondo del cinema in presa diretta e quello dei film d'animazione è stato superato, anzi possiamo quasi dire che non esiste più. Ormai l'animazione è divenuta un mezzo per raccontare e non un genere a sè stante, diversificato dal resto della cinematografia e limitato ad un pubblico di minorenni. In realtà di cartoni animati per adulti ce ne sono sempre stati, basti pensare a Ralph Bakshi, agli anime giapponesi o a Miyazaki. Ma negli ultimi anni, vuoi anche la diffusione delle tecnologie utilizzate, il muro che avvolgeva il mondo dell'animazione è crollato definitivamente. Poco importa che si tratti della iper-tecnologia della Disney/Pixar, della motion capture di Zemeckis, dei disegni black&white di Persepolis o degli attori dipinti dei film di Richard Linklater, la morale è che ora l'animazione viene vista per quella che effettivamente deve essere: una tecnica per dare maggior sfogo alla creatività e mezzo per raccontare storie che con la presa diretta sarebbe difficile narrare.
"Valzer con Bashir", firmato dall'ex soldato israeliano Ari Folman, non è solo un film sul massacro di Sabra e Shatila, ne un film sulla guerra civile libanese. E' un film sulla memoria collettiva e sul rapporto tra l'orrore e i nostri ricordi. Forse, più di tutto, la volontà di Folman è quella di dirci che la violenza è talmente disumana che il nostro cervello non la vuole neanche ricordare. La guerra non fa parte dell'uomo (o almeno non dovrebbe) tanto che la nostra mente la ripugna, la cancella, la nasconde. "Valzer con Bashir" è un film di suggestioni più che di fatti, proprio come i nostri ricordi che si fondono, si nascondono dietro altri ricordi, altri pensieri. Per questo motivo la scelta dell'animazione è azzeccatissima, perchè sarebbe stato impossibile raccontare quelle suggestioni con tale efficacia attraverso il “live action”. Il racconto si dipana come un documentario, in una struttura molto cinematografica, con una sorta di indagine atta a colmare i vuoti di memoria di Folman. I racconti che i suoi ex-commilitoni gli fanno non vanno tanto ad arricchire il racconto di quella guerra da un punto di vista strettamente storico-politico, ma ci raccontano loro stessi. Frammenti di vita tra i mortai, storie di sogni, desideri, paure. Storie personali che ci riportano le assurdità, le paure e gli incubi di ogni conflitto bellico.
Il limite del film però rischia di essere proprio questo. Se da un lato è giusto che Folman, da ex soldato israeliano racconti, e possa raccontare, quei giorni solo dal punto di vista israeliano, dall'altro questo finisce per dare poco respiro al film, che rischia di apparire solo come un omaggio ai suoi ex-compagni, una rimpatriata per ricordare quei brutti tempi, ma senza dire nulla di più sulla guerra o quel particolare conflitto. Anche quando nel finale Folman si concentra maggiormente sul massacro vero e proprio, non aggiunge molto di più a quello che già si sapeva. Resta quello che è, un ricordo personale, anzi una serie di piccoli ricordi personali, che uniti insieme regalano uno sguardo limitato sugli scontri e i massacri, senza approfondirli più di tanto.
Splendida l'animazione, che fonde insieme la grafica 3D, il disegno classico e l'animazione Flash. Animazione supportata da una musica a tratti punk rock che ben si amalgama con quelle immagini dai contrasti forti e dai colori vivi. Un buon esperimento che forse avrebbe avuto bisogno di maggior coraggio e un più ampio respiro.
venerdì 13 febbraio 2009
"Star Wars" di George Lucas - (guest directors Irvin Kershner & Richard Marquand)

Uno di questi è Palpatine che sicuramente, tra tutti i protagonisti della saga, è quello che grazie alla narrazione dell’inizio della storia ci ha guadagnato di più. Il suo spessore caratteriale, la sua importanza e soprattutto la sua malvagità sono aumentati drasticamente. Infatti con una visione di Star Wars limitata alla sola Trilogia classica c’eravamo fatti un’idea sbagliata dell’Imperatore. Per prima cosa non lo ritenevamo il “cattivo” di Guerre Stellari, ruolo che invece andava a Darth Vader, ma era semplicemente una figura di fondo (per quanto importante). Di lui sapevamo che era il Maestro di Vader, che era sicuramente potente e che aveva la classica ambizione di conquistare il mondo, pardon la Galassia. Adesso, con una visione completa della storia ci rendiamo conto che Palpatine è molto più malvagio, subdolo e diabolico di quello che pensavamo. Da “La Minaccia Fantasma” in poi possiamo assistere a tutte le sue mosse per raggiungere quella poltrona d’Imperatore su cui siederà ne la VT. Scopriamo così che Palpatine ha l’abilità di giocare a suo piacimento con i sentimenti e con il dolore delle persone che lo circondano, dalle quali si presenta come un amico, un consigliere, un mentore. Basti pensare a quello che dice Anakin in suo favore quando Obi-Wan gli svela la decisione del Consiglio di spiarlo. Organizza sotto le sembianze di Darth Sidious una invasione su Naboo (il suo pianeta natale) al solo scopo di sfruttare l’amore e l’attaccamento che la regina quattordicenne Padmé Amidala prova nei confronti del suo popolo per convincerla a spodestare Valorum dalla sua carica di Cancelliere Supremo ovviamente per occupare lui stesso quella poltrona. Poltrona che gli permetterà di controllare il Senato, la Giustizia e perfino il Consiglio dei Jedi. Fa scoppiare una guerra galattica semplicemente per avere una “scusa” per creare quell’esercito di Cloni di cui avrà bisogno per conquistare la Galassia e distruggere finalmente i Jedi. Nella sua doppia veste di Cancelliere saggio, leale, dai buoni principi di pace da una parte e di signore dei Sith, Darth Sidiuos (la sua vera identità) dall’altra, è a capo di una diabolica macchinazione per raggiungere il Dominio Totale, approfittando di ogni minima possibilità per sfruttare sia i “buoni” che i “cattivi”. Perché Palpatine ha la caratteristica di essere un cattivo assoluto in grado di ingannare anche quei characters che riteniamo siano suoi alleati (o almeno lo credono loro) ma che in realtà sono anch’essi pedine di quella enorme partita a scacchi che è la salita al potere: come il viceré della Federazione del Commercio o il Conte Dooku. La dimostrazione che sia Palpatine il vero “Cattivo” della Saga e non Darth Vader l’abbiamo dal fatto che con questa sua straordinaria abilità di manipolare le menti altrui e d’intrecciare sordidi complotti, riesce ad ingannare perfino Anakin Skywalker, colui che ritenevamo l’antagonista di Star Wars. Detto questo sembrerebbe di avere a che fare con un uomo estremamente astuto e diabolico ma che preferisce lasciare agli altri il lavoro sporco. Sbagliato! Infatti, se tutto questo non bastasse Palpatine/Sidious è perfino un potente guerriero, sia nel combattimento con le spade laser che con i poteri del Lato Oscuro della Forza e in “La Vendetta Dei Sith” ce ne da ampia dimostrazione liberandosi facilmente dei Jedi che sono venuti ad arrestarlo (e stessa fine avrebbe fatto anche Windu se non fosse che gli serviva vivo) e sconfiggendo il più potente Maestro Jedi, Yoda. Insomma Palpatine è un Cattivo a 360°, subdolo, meschino, malvagio e potente. Un cattivo perfetto, forse il più completo e diabolico della storia del cinema. Un cattivo che senza la Nuova Trilogia (NT) rischiavamo di perdere. E ora guarderemo l’Imperatore degli episodi V e VI in modo diverso, consci delle sue reali e diaboliche capacità.
Un altro aspetto di Obi-Wan che è stato decisamente enfatizzato dalla NT è il suo essere un Cavaliere Jedi, un potente Cavaliere Jedi. E’ lui a sconfiggere Darth Maul, il Generale Grievous, a mettere in fuga Jango Fett e per poco, a non uccidere l’Eletto (ma d’altro canto era destino che finisse così). È Obi-Wan a regalarci i duelli con le spade laser più belli che si erano mai visti. Mi viene da chiedermi: ma come potevamo essere fan dei Jedi o dei Sith se non avevamo mai visto un combattimento come quello in TPM? La Minaccia Fantasma, L’Attacco dei Cloni e La Vendetta Dei Sith ci mostrano un nuovo Obi-Wan Kenobi, estremamente umano nelle sue debolezze e nei suoi punti di forza. Un uomo che ha avuto (oppure se lo è cercato) un compito tra i più difficili che potevano essere assegnati a un Jedi: addestrare colui che porterà equilibrio nella Forza. Obi-Wan è un guerriero forte e saggio, leale e coraggioso ed è indubbio che adesso, quando lo guarderemo in Una Nuova Speranza e ne Il Ritorno Dello Jedi parlare con Luke del passato e di Anakin, non potremo non pensare alle sue vicende da Cavaliere, ai suoi occhi pieni di lacrime mentre incrociano quelli di Vader morente (per lui comunque resta sempre Anakin) e capiremmo perché non creda che ci sia ancora del buono in Vader dopo che lo ha visto sterminare bambini, strangolare Padmé e urlargli addosso “Ti odio!”. Sarà anche più facile comprendere il suo atteggiamento di quasi rassegnazione immediata dopo che Luke in ROTJ gli dice che non può uccidere suo padre “Allora l’Imperatore ha già vinto. Tu eri la nostra unica speranza.” Capisce quello che Luke sta provando. Perché è lo stesso sentimento che provò lui al solo pensiero di affrontare e uccidere Anakin.
domenica 1 febbraio 2009
"Il dubbio" di John Patrick Shanley

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"Sette anime" di Gabriele Muccino

martedì 20 gennaio 2009
"L'ora del lupo" di Ingmar Bergman
Johan è un pittore tormentato dai suoi incubi, che vive quasi due vite contemporaneamente, quella reale che lo vede marito di Alma, giovane donna che tenta disperatamente di avvicinarsi al marito, e quella inreale popolata di creature fantastiche che distruggono lentamente la sua mente e che lo costringono a fare i conti con i fantasmi del passato. Demoni e spettri che in realtà non vediamo mai nelle loro "reali" sembianze. Johan li descrive alla moglie, dopo averli disegnati, ma quando li incontriamo sembrano quasi usciti da un film di Bunuel, con la loro aria da borghesi schifosi e nauseanti, finti e diabolicamente penetranti.
Ed eccola qua la surrealità del film. La mente sconvolta di Johan, ovvero il castello all'interno del quale lui e la moglie vengono invitati a cena e i suoi incubi, i suoi demoni, ovvero gli abitanti del castello.
E' significativa la battuta finale pronunciata da Von Sydow: "Grazie a voi ho raggiunto il limite. Lo specchio si è spezzato ma cosa riflettono i frantumi?" Grazie a quegli incubi, Johan ha raggiunto la fine delle sue ossessioni, ne ha raggiunto l'apice, distruggendo se stesso, la sua vita, la sua mente. Ma qualcosa è rimasto tra i cocci dello specchio. Quei frammenti di ricordi, di amore, di pace che ogni tanto ritornano in superficie, ma per poco tempo, presto schiacciati dai tormenti inflitti dai suoi demoni.
"L'ora del lupo" è un film che di reale non ha nulla e a questo proposito sono interessanti i titoli di testa, che sopra ai consueti titori bianchi su sfondo nero, si sentono fuori campo le voci VERE del regista che prepara la scena di apertura con Liv Ullmann. Quasi come volesse ricordarci che quello a cui stiamo per assistere è un film, nient'altro che un film (qualcosa di analogo lo fece anche con la sua opera precedente "Persona"). Questo è un film insolito nella filmografia del regista svedese, un film autobiografico e decisamente tormentato, composto da prove attoriali splendide, da un ritmo lento e volutamente snervante, con i secondi che non passano mai, e da riprese a tratti sbalorditive.
La nota sul DVD recita "l'unico film horror di Ingmar Bergman". In realtà "L'ora del lupo" non è un film horror vero e proprio, ma se proprio volessimo catalogarlo potremmo definirlo più un noir. Non inteso come noir bogartiano, ma come viaggio nelle oscurità della mente umana. Un film a tratti difficle per la sua enigmaticità e follia, ma che è a tutti gli effetti capostipite di certo cinema moderno, quello di David Lynch su tutti.
giovedì 8 gennaio 2009
"L'ospite inatteso" di Thomas McCarthy

Io adoro i film inventrati su un incontro e un rapporto che nasce e finisce in breve tempo ma che lascia nel protagonista qualcosa di importante. Non quelle storie che sono "per sempre" fatte di amori o amicizie che durano in eterno. Ma due (o più) persone che si incrociano in un momento della loro vita e che poi si perdono dopo essersi scambiate un po' della loro vita. "Once" era un film di questi. Una storia di amicizia (o forse amore) che nasce e poi finisce, serenamente, ma che segna un momento importante nell'esistenza dei due protagonisti. Un ricordo da conservare, un insegnamento da custodire.
Ne "L'ospite inatteso" accade proprio questo. Due persone, molto diverse l'una dall'altra che per un caso fortuito si incontrano e la loro vita cambia. Walter è infelice della sua vita, del suo lavoro, della sua mancanza di emozioni. L'incontro con il musicista Tarek lo cambierà, anche dopo che i due si separeranno per sempre. Ma "L'ospite inatteso" è anche e soprattutto un film "sociale", una originale e garbata storia multietnica, sul rispetto e la convivenza, sulle malate leggi della nostra società che calpestano la vita delle persone. Leggi scritte dalla paura stessa, la paura del diverso. Walter attraverso la musica entra nella vita di queste persone e grazie a loro cambia il proprio punto di vista sul mondo, cambia se stesso, a ritmo di jumbe. Come la scena del parco, perfettamente orchestrata in fase di sceneggiatura, che unisce insieme sotto un unico ritmo, sotto un unico battito realtà diverse, legate insieme dalla voglia di suonare, di stare...insieme. Ma le stesse persone che si siedono ai tavoli dei locali jazz per ascoltare Tarek suonare sono le stesse che non lo vogliono per strada, che hanno paura di lui, in metropolitana, perchè diverso, perchè c'è paura anche di un tamburo chiuso in una custodia.
mercoledì 7 gennaio 2009
"Non pensarci" di Gianni Zanasi

martedì 6 gennaio 2009
"Meduse" di Etgar Keret & Shira Geffen

lunedì 5 gennaio 2009
"Nessuna qualità agli eroi" di Paolo Franchi




