martedì 20 gennaio 2009

giovedì 8 gennaio 2009

"L'ospite inatteso" di Thomas McCarthy



Ci sono volte dove ti passa la voglia di andare al cinema, come quando ti ritrovi in sala accanto a qualche idiota che non fa altro che parlare e ridere per tutto il film, come è capitato a me con "Come Dio comanda".
Altre volte invece, ringrazi te stesso di averlo fatto. Come quando in una piccola sala (grande quanto il mio salotto di casa, alla faccia dello schermo panoramico) ti accomodi sulla poltrona e ti godi un piccolo gioiello come questo "L'ospite inatteso". Un film piccolo, come budget, come distribuzione e ho puara anche come incassi, ma grande nella storia, nei sentimenti, nella delicatezza e nel ritmo (in tutti i sensi).

Io adoro i film inventrati su un incontro e un rapporto che nasce e finisce in breve tempo ma che lascia nel protagonista qualcosa di importante. Non quelle storie che sono "per sempre" fatte di amori o amicizie che durano in eterno. Ma due (o più) persone che si incrociano in un momento della loro vita e che poi si perdono dopo essersi scambiate un po' della loro vita. "Once" era un film di questi. Una storia di amicizia (o forse amore) che nasce e poi finisce, serenamente, ma che segna un momento importante nell'esistenza dei due protagonisti. Un ricordo da conservare, un insegnamento da custodire.

Ne "L'ospite inatteso" accade proprio questo. Due persone, molto diverse l'una dall'altra che per un caso fortuito si incontrano e la loro vita cambia. Walter è infelice della sua vita, del suo lavoro, della sua mancanza di emozioni. L'incontro con il musicista Tarek lo cambierà, anche dopo che i due si separeranno per sempre. Ma "L'ospite inatteso" è anche e soprattutto un film "sociale", una originale e garbata storia multietnica, sul rispetto e la convivenza, sulle malate leggi della nostra società che calpestano la vita delle persone. Leggi scritte dalla paura stessa, la paura del diverso. Walter attraverso la musica entra nella vita di queste persone e grazie a loro cambia il proprio punto di vista sul mondo, cambia se stesso, a ritmo di jumbe. Come la scena del parco, perfettamente orchestrata in fase di sceneggiatura, che unisce insieme sotto un unico ritmo, sotto un unico battito realtà diverse, legate insieme dalla voglia di suonare, di stare...insieme. Ma le stesse persone che si siedono ai tavoli dei locali jazz per ascoltare Tarek suonare sono le stesse che non lo vogliono per strada, che hanno paura di lui, in metropolitana, perchè diverso, perchè c'è paura anche di un tamburo chiuso in una custodia.

McCarthy realizza una storia leggera, ma emozionante allo stesso tempo, equilibrata e perfettamente scritta, dove la regia resta garbata, senza darsi delle "arie", mettendosi al servizio dello script e della recitazione degli attori.

mercoledì 7 gennaio 2009

"Non pensarci" di Gianni Zanasi



Qual'è il tema più abusato in assoluto dal cinema italiano? Esatto, la famiglia.
Si può ancora parlare di famiglia senza cadere nei soliti clichè e con un po' di originalità? Sì, è possibile. Come ci ha insegnato Gianni Zanasi con la sua divertente commedia.
"Non pensarci" comunque è un film che va oltre il tema della famiglia. Seguendo Stefano, (chitarrista punk che sta attraversando un momento di crisi, sia creativa che sentimentale) da Roma alla sua cittadina natale, noi buttiamo un occhio non solo alla famiglia, ma più in generale alle convenzioni che regolano la nostra società.
La commedia è perfetta per fare questo. Vedere Stefano (un sempre fantastico Valerio Mastandrea) osservare meravigliato le auto che non superano neanche per sbaglio il limite dei 50 orari fa veramente venir voglia di prendere l'auto e fare le sgommate nel parcheggio o dire ai tuoi genitori che la loro figlia e lesbica, così solo per scioccarli, per rompere un po' quel guscio di finta perfezione, di finta morale che ricopre la città. Sì perchè in realtà è tutto finto.
L'ipocrisia della nostra società, dove non si parla di divorzio, di tradimento, di regole infrante, di omosessualità, di famiglia non convenzionale, di lavoro non sicuro (vabbè di questo si parla anche se non si vorrebbe). E infatti, tua madre ha messo le corna a tuo padre, anzi a quello che tu credi essere tuo padre ma non lo è. L'azienda di famiglia, quel lavoro solido che tuo fratello porta a vanti fa invece acqua da tutte le parti. E tua sorella....vabbè lei non è lesbica, ma speravi che lo fosse. Alla fine Stefano, si rende conto che quella perfezione quasi snervante che pensava di ritrovare a casa, non esiste. A lui, che in paese chiedono se si è disintossicato (perchè partire per Roma sperando di fare musica, senza famiglia, senza una scrivania per loro è come drogarsi), forse la vita va quasi meglio che agli altri. alla faccia dl loro perbenismo del cazzo.
Insomma non pensarci, manda a fanculo tutto e buttati. E se poi ti va male...c'è sempre la famiglia ad aspettarti. :-)

martedì 6 gennaio 2009

"Meduse" di Etgar Keret & Shira Geffen


A volte servono gli scrittori per ricordarci quanto il cinema sia soprattutto narrazione per immagini. E paradossalmente sono proprio due scrittori, artigiani della parola, a raccontarci per immagini, con la chiave del surrealismo, la nostra incapacità a comunicare.
Etgar Keret e Shira Geffen, al loro debutto dietro la macchina da presa, intrecciano le storie di 3 donne ognuna delle quali incarna un differente aspetto (o faccia) dell'isolamento.

Una ex-cameriera infelice della propria vita, che cerca se stessa...attraverso se stessa, attraverso il legame con la sua infanzia, con i suoi ricordi, grazie all'incontro magico con una bambina (se stessa?) uscita dal mare (dalla vita, dal passato, dai ricordi, dal nostro inconscio).
Una badante filippina, incapace di comunicare, che cerca lavoro a Tel-Aviv, lontano da casa, lontano da quel figlio al quale non riesce a comprare il tanto desiderato giocattolo (guarda caso una nave, il mare che ritorna). La lontananza da casa, il legame con la propria terra e i propri affetti. Una distanza che appare impossibile da colmare, ma che presto si rivelerà possibile grazie al linguaggio dei sentimenti che rompe le barriere dialettiche.
E infine una neo sposa, costretta a letto da una gamba ingessata. L'unica che vive la solitudine anche in maniera fisica, impossibilitata a muoversi e che per questo, in gabbia nella sua camera d'albergo, affida i suoi pensieri alla carta, alla parola scritta. Lei il mare non riesce neanche a vederlo dalla finestra e così lo materializza nella sua poesia che si rivelerà poi perfetta lettera di addio per una suicida.

Le loro vite galleggiano in un mare immenso e sia che si sentano lontante dal mondo, dai loro cari o da loro stesse, queste tre donne cercano disperatamente di trovare un'ancora alla quale aggrapparsi per ridare un senso alla propria esistenza, per smetterla di sentirsi così in balia delle onde.
Siamo tutti meduse. Tutti noi ci lasciamo spingere dalla corrente, incapaci di governare il nostro moto nel mare e per questo finiamo con l'isolarci, con l'avere paura di ciò che ci circonda.

Un film piccolo, e come spesso accade universale, delicato e poetico. Allo stesso tempo realistico e surreale. Un film che come detto gioca grazie alle immagini e alle metafore per raccontarci una umanità forte e fragile in equal misura.
Un debutto sorprendente, vista anche l'origine artistica dei due registi, che da una nuova visione alle storie coralli, alle vicende che intrecciano più vite, più esistenze che finiscono per incontrarsi, sfiorarsi, scontrarsi tra loro. Questa volta le vite non si toccano mai e il filo rosso che li unisce è la solitudine. Un ottima sceneggiatura che equilibra bene il ritmo tra una storia e un'altra regalando personaggi che ci attirano, grazie anche a una buona dose di magia.

lunedì 5 gennaio 2009

"Nessuna qualità agli eroi" di Paolo Franchi


Basta! Non se ne può più di questi registi. Tutti alla ricerca del loro stile, desiderosi di lasciare il segno con qualcosa ad effetto. Effetto che spesso, anzi sempre, è sinonimo di noia. Film che non dicono nulla, fatti solo di lente inquadrature senza spirito, ostentando ancora la sbagliata convinzione che se faccio un film pieno di lentezza, inquadrature ardite, scenografie spoglie e luci soft, fatto un bel film d'autore.
Potrei ripescare pari pari il post su "Mare Nero" di Roberta Torre per commentare questo lavoro di Franchi, perchè i difetti dell'uno sono anche i difetti dell'altro.

Elio Germano, (che per sua ammissione per girare questo film ha particolarmente sofferto, sia psicologicamente che fiscamente) in difesa del film disse che in Italia è ora di dare spazio anche a film meno popolari, film più di nicchia, indirizzati non al vasto pubblico perchè più forte, più ricercati. Assolutamente condivisibile come affermazione, certo, se si include in queste caratteristiche anche quella di essere un bel film. Visto che "Nessuna qualità agli eroi" è veramente un pessimo film.
Noioso sempre senza motivo e soprattutto pretenzioso. Si cerca di scrivere e dirigere (e in questo caso anche montare) questi polpettoni dandogli un tocco autoriale, ma da chi, Autore, non lo è neanche lontanamente. Due che scopano tagliati per metà fuori dalla inquadratura. Ok, potrebbe avere un senso. Ce l'ha in questo film? No. Così come non ha senso la trama, o meglio il film poggia su una storia inutile, che non interessa a nessuno. E fino alla fine uno cerca di capire quando questa cominci a decollare, ma si va avanti fino alla fine solo tra noia, noia e un pizzico di noia.

E' singolare come durante la visione del film abbia provato la stessa sensazione provata con il film della Torre, ovvero quella di essere difronte a un film francese. In alcuni momenti (al di là chiaramente degli attori che in francese recitavano) si respirava un aria tipicamente d'oltralpe nel ritmo, negli ambienti, nella costruzione delle scene. Si tratta però solo di una brutta copia, di un tentativo di imitazione mal riuscito. Per favore chi non è capace la pianti di cercare di esplorare la psicologia umana, di analizzare l'anima nera e la sofferenza dell'individuo, prima che ad impazzire siano gli spettatori in sala.

Insomma alla fine, nessuna qualità al film.

lunedì 15 dicembre 2008

"Come Dio comanda" di Gabriele Salvatores


Trasportare sullo schermo quasi 500 pagine di romanzo non è impresa facile. Ancora di più se in quelle 500 pagine si intrecciano le storie di ben 4 personaggi principali, più un paio di comprimari le cui vite si fondono insieme in un'unica notte, in un'unica tempesta che sconvolge non solo il paese me quelle stesse vite, per sempre.
Salvatores ci prova, prendendo in mano per la seconda volta un opera letteraria di Ammaniti e con il supperto dell'o stesso autore alla sceneggiatura porta sullo schermo quelle 500 pagine. Il risultato è francamente deludente.
Va premesso che ovviamente il libro andava ampiamente snellito, letteramente amputato di gran parte delle vicende narrate ed era necessario puntare l'attenzione solo su alcuni personaggi. La scelta cade come è ovvio di Rino e suo figlio Cristiano veri protagonisti del film e tra Donato e Quattro Formaggi, i due amici di Rino, la scelta è caduta su quest'ultimo preferendo quindi l'omicidio della ragazzina alla rapina al bancomat.
La scelta a parer mio mi sembra corretta. Mantenere anche il personaggio di Donato, con tutto il suo passato doloroso (la morte della figlia e la separazione della moglie) avrebbe allontanato troppo l'attenzione da padre e figlio e sarebbe stata veramente una storia a se stante.
Quattro Formaggi invece e il suo omicidio, diventano una buona scusa per indagare ancora più affondo il rapporto tra Cristiano e Rino.

Il problema qual'è? E' che tutto appare un po' frettoloso, un po' superficiale. La tempesta, quella notte di pioggia e fulmine che cambia la vita dei protagonisti perde completamente di significato simbolico rispetto al libro. Si parla tanto di influenza Shakespieriana, ma proprio uno degli elementi tragici della storia si trasforma in un semplice elemento scenografico senza alcun valore. E poi Dio dov'è? Che senso ha il titolo nel film? Spunta fuori nel finale, ma senza forza, senza peso. La trasposizione dal letterato al filmico ritengo che necessiti sempre di abbondanti cambiamenti, di modifiche nella struttura narrativa, di innesti e amputazioni calcolate, ma sempre senza snaturare la storia, i personaggi e l'essenza del romanzo. Qui mi sembra che si prendano in prestito dei personaggi per mettere insieme quello che appare come un singolo episodio di una storia più ampia. Il film non ti trasporta come dovrebbe fare, sembra sempre che prima o poi decolli, che questa sia solo una introduzione a qualcosa di più ampio respiro e invece niente.

Non lo so, forse conoscendo il romanzo la sensazione di esagerata sintesi viene amplificata, però è innegabile che alla fine Salvatores (che ormai non azzecca un film decente dal '97 eccezion fatta per "Io non ho paura") abbia creato un opera abbastanza banalotta, snaturando quello che di buono c'era nell'opera di Ammaniti. Ne viene fuori qualcosa di completamente diverso, che come legame ha solo i nomi dei personaggi e poco altro. "Come Dio comanda" è una di quelle trasposizioni che mi portano a domandarmi che senso abbia fare un film su un romanzo se poi del romanzo finisce per esserci ben poco. Scrivere una storia originale no? Se è così difficile trasportare 500 pagine scritte da Ammaniti sullo schermo perchè farlo? Vabbè domande retoriche lo so, però si spera che qualche regista intelligente (e Salvatores dovrebbe esserlo) finisca per porsele prima di girare un film del genere.

Nota positiva per l'ottimo cast composto da Filippo Timi, Elio Germano e l'esordiente Alvaro Caleca.

martedì 2 dicembre 2008

Cambio di finale per Allen e Shyamalan


In questo post non commento nessun film. Faccio solo una considerazione riguardante i finali di due film alla luce della recente visione dei rispetti DVD. I film sono "Sogni e delitti" di Woody Allen e "E venne il giorno" di M. Night Shyamalan. (per la cronaca sono entrambi autori che adoro). Entrambi i film mi hanno lasciato perplesso per quanto riguarda il finale. Il primo conclusosi troppo sbrigativamente con quella inquadratura della barca dei due fratelli che sembra non avere alcun significato apparente, l'altro invece con un troppo buonista e fuori luogo siparietto famigliare. Ora, rivedendo i film in DVD ho compreso quei finali e li ho rivalutati. Ecco come.

Per quanto riguarda il film di Allen, ammetto che avrei potuto fare questo ragionamento direttamente in sala, ma al momento non ci avevo pensato. Tutta colpa del traduttore dei titoli. "Sogni e delitti" infatti come ben si sà è il titolo italiano del film, mentre quello originale è "Cassandra's Dream", il sogno di Cassandra. Cassandra, figlia si Priamo, secondo la mitologia greca ebbe in dono da Apollo il potere di predire il futuro. Le sue, però, erano previsioni funeste, a cui nessuno credeva. Era, quindi, portatrice di sventure e tragedie.
Nel film, il sogno di Cassandra è il nome che i due fratelli danno alla loro barca, con l'augurio che questa gli porti fortuna in vista dei piani, soprattutto finanziari, che hanno in mente. Le cose però andranno in tutt'altra maniera. Il sogno di prosperità si tramuterà presto in tragedia.
Woody Allen decide di chiudere il film andando proprio a inquadrare la loro barca, teatro della loro morte nonchè della definitiva realizzazione del funesto presagio. Quell'inquadratura va a chiudere degnamente il tragico sogno andando ad evidenziare come tutto era fin dall'inizio già previsto. Con l'acquisto di quella barca e soprattutto con la scelta di quel nome (che deriva dal nome di uno dei cani sui quali Terry aveva scommesso alle corse e grazie al quale ha vinto i soldi necessari all'acquisto della barca) Terry e Ian hanno segnato la loro vita. Noi spettatori lo sapevamo fin dall'inizio, o almeno avremmo dovuto e Allen ce lo ricorda proprio con quella inquadratura in chiusura. Proprio perchè la storia di Terry e Ian è la storia di una profezia, di un presagio drammatico che fin dall'inizio Cassandra ci aveva raccontato.

Il secondo finale, questa volta, acquista maggior senso proprio grazie al DVD uscito di recente. "E venne il giorno" l'ultimo lavoro di uno dei più interessanti registi contemporanei, M. Night Shyamalan, termina con un quadretto famigliare nel quale troviamo Alma in attesa del risultato del test di gravidanza. Il risultato è positivo e tutta felice scende in strada per annunciare la lieta notizia al suo maritino. Finale sinceramente assurdo e completamente fuori contesto, più adatto ad un film di serie B che ad un opera di un autore attento ed originale come Shyamalan. Va detto intanto che, a detta dello stesso regista, vi erano effettivamente sin dall'inizio le intenzioni di realizzare un bel film di serie B, ma ad ogni modo questo finale sembrava veramente più una costrizione proveniente dalla produzione che una idea originale del regista.
Invece, ho capito le intenzioni di Shyamalan e la funzione di questo finale visionando le scene tagliate del film. Tra queste vi è l'originale sequenza di apertura della pellicola che, a dfferenza del "final cut", non cominciava a Central Park, ma bensì a casa di Alma ed Elliot nel bel mezzo di una litigata. Alma rivela al marito di non sentirsi protetta da lui, di vederlo ancora come un bambino, di non essere per questo pronta ad avere un figlio e di essere sempre stata convinta che lui non avrebbe mai potuto dargli la sicurezza di cui ha bisogno.

Alla luce di questa scena, è chiaro quali erano le intenzioni di Shyamalan fino al montaggio. Il film finisce a casa Moore perchè è iniziato a casa Moore. Gli eventi drammatici che hanno sconvolto il mondo hanno alla fine, paradossalmente, messo a posto la situzione sentimentale dei personaggi. La tragedia ha portato Elliot e Alma a guardarsi in faccia, a scoprire se stessi e aiutato Elliot a raggiunge finalmente Alma che fino a quel momento era sempre un passo in avanti e per questo si sentiva insicura e sola. Nel mezzo di questa situazione di coppia, all'improvviso, senza spiegazione la Natura si ribella e scoppia il panico. 45 anni fa erano gli uccelli che spargevano morte e follia tra la gente, adesso la Natura si manifesta in altro modo, Poi, così com'è cominciato l'orrore finisce, senza motivo, senza segnale alcuno. La vita torna alla normalità, con la consapevolezza che non siamo e non saremo mai padroni del mondo, che siamo solo ospiti di una realtà molto più potente di noi. E la vita riprende anche per la nostra coppia che ora però è cambiata. Elliot ha dimostrato di potersi prendere cura di Alma e ora che i due sono diventati per la prima volta una cosa sola, lei può essere felice di dare alla luce un bambino. Perchè poi è proprio di questo che parla il film: della necessità dell'uomo di dover guardare dentro se stessi, di staccarsi dal gruppo, dalla società per capire realmente chi siamo e chi sono gli altri (tutto questo viene mostrato allegoricamente dalla necessità dei personaggi di isolarsi in gruppi sempre più piccoli per sfuggire alla tossina).

La scena venne scartata in fase di montaggio da Shyamalan, perchè giustamente finiva per spiattellare in faccia allo spettatore tutta la situazione sentimentale dei due personaggi nei primi 5 minuti. Mentre, in questo modo, noi scopriamo mano a mano quello che succede tra i due, quello che pensano e quello che provano, sentendo parlare di una discussione, di una litigata di cui non conosciamo niente ma che permette di dare spessore ai personaggi.
Ora uno può chiedersi, ma se hai deciso di togliere questo inizio, perchè non togliere anche il finale che ora perde di significato?
Il motivo è che la decisione è avvenuta in fase di montaggio, quando il film era già bello che girato e non in fase di sceneggiatura. Un inizio può essere modificato, basta scartare la scena 1 e cominciare con la scena 2. Ma questo non è possibile farlo con il finale, almeno che appunto non si sia ancora in tempo per scriverne e girarne uno nuovo. Eliminare la scena finale del test di gravidanza non era possibile proprio perchè non c'era nessun finale a disposizione. Non si poteva certo finire con Elliot e Alma che si incontrano sul prato, ne con la sola scena di Parigi. Bisognava per forza utilizzare l'unica conclusione prevista, che anche se ormai poco significativa, era l'unica possibile.