lunedì 15 dicembre 2008

"Come Dio comanda" di Gabriele Salvatores


Trasportare sullo schermo quasi 500 pagine di romanzo non è impresa facile. Ancora di più se in quelle 500 pagine si intrecciano le storie di ben 4 personaggi principali, più un paio di comprimari le cui vite si fondono insieme in un'unica notte, in un'unica tempesta che sconvolge non solo il paese me quelle stesse vite, per sempre.
Salvatores ci prova, prendendo in mano per la seconda volta un opera letteraria di Ammaniti e con il supperto dell'o stesso autore alla sceneggiatura porta sullo schermo quelle 500 pagine. Il risultato è francamente deludente.
Va premesso che ovviamente il libro andava ampiamente snellito, letteramente amputato di gran parte delle vicende narrate ed era necessario puntare l'attenzione solo su alcuni personaggi. La scelta cade come è ovvio di Rino e suo figlio Cristiano veri protagonisti del film e tra Donato e Quattro Formaggi, i due amici di Rino, la scelta è caduta su quest'ultimo preferendo quindi l'omicidio della ragazzina alla rapina al bancomat.
La scelta a parer mio mi sembra corretta. Mantenere anche il personaggio di Donato, con tutto il suo passato doloroso (la morte della figlia e la separazione della moglie) avrebbe allontanato troppo l'attenzione da padre e figlio e sarebbe stata veramente una storia a se stante.
Quattro Formaggi invece e il suo omicidio, diventano una buona scusa per indagare ancora più affondo il rapporto tra Cristiano e Rino.

Il problema qual'è? E' che tutto appare un po' frettoloso, un po' superficiale. La tempesta, quella notte di pioggia e fulmine che cambia la vita dei protagonisti perde completamente di significato simbolico rispetto al libro. Si parla tanto di influenza Shakespieriana, ma proprio uno degli elementi tragici della storia si trasforma in un semplice elemento scenografico senza alcun valore. E poi Dio dov'è? Che senso ha il titolo nel film? Spunta fuori nel finale, ma senza forza, senza peso. La trasposizione dal letterato al filmico ritengo che necessiti sempre di abbondanti cambiamenti, di modifiche nella struttura narrativa, di innesti e amputazioni calcolate, ma sempre senza snaturare la storia, i personaggi e l'essenza del romanzo. Qui mi sembra che si prendano in prestito dei personaggi per mettere insieme quello che appare come un singolo episodio di una storia più ampia. Il film non ti trasporta come dovrebbe fare, sembra sempre che prima o poi decolli, che questa sia solo una introduzione a qualcosa di più ampio respiro e invece niente.

Non lo so, forse conoscendo il romanzo la sensazione di esagerata sintesi viene amplificata, però è innegabile che alla fine Salvatores (che ormai non azzecca un film decente dal '97 eccezion fatta per "Io non ho paura") abbia creato un opera abbastanza banalotta, snaturando quello che di buono c'era nell'opera di Ammaniti. Ne viene fuori qualcosa di completamente diverso, che come legame ha solo i nomi dei personaggi e poco altro. "Come Dio comanda" è una di quelle trasposizioni che mi portano a domandarmi che senso abbia fare un film su un romanzo se poi del romanzo finisce per esserci ben poco. Scrivere una storia originale no? Se è così difficile trasportare 500 pagine scritte da Ammaniti sullo schermo perchè farlo? Vabbè domande retoriche lo so, però si spera che qualche regista intelligente (e Salvatores dovrebbe esserlo) finisca per porsele prima di girare un film del genere.

Nota positiva per l'ottimo cast composto da Filippo Timi, Elio Germano e l'esordiente Alvaro Caleca.

martedì 2 dicembre 2008

Cambio di finale per Allen e Shyamalan


In questo post non commento nessun film. Faccio solo una considerazione riguardante i finali di due film alla luce della recente visione dei rispetti DVD. I film sono "Sogni e delitti" di Woody Allen e "E venne il giorno" di M. Night Shyamalan. (per la cronaca sono entrambi autori che adoro). Entrambi i film mi hanno lasciato perplesso per quanto riguarda il finale. Il primo conclusosi troppo sbrigativamente con quella inquadratura della barca dei due fratelli che sembra non avere alcun significato apparente, l'altro invece con un troppo buonista e fuori luogo siparietto famigliare. Ora, rivedendo i film in DVD ho compreso quei finali e li ho rivalutati. Ecco come.

Per quanto riguarda il film di Allen, ammetto che avrei potuto fare questo ragionamento direttamente in sala, ma al momento non ci avevo pensato. Tutta colpa del traduttore dei titoli. "Sogni e delitti" infatti come ben si sà è il titolo italiano del film, mentre quello originale è "Cassandra's Dream", il sogno di Cassandra. Cassandra, figlia si Priamo, secondo la mitologia greca ebbe in dono da Apollo il potere di predire il futuro. Le sue, però, erano previsioni funeste, a cui nessuno credeva. Era, quindi, portatrice di sventure e tragedie.
Nel film, il sogno di Cassandra è il nome che i due fratelli danno alla loro barca, con l'augurio che questa gli porti fortuna in vista dei piani, soprattutto finanziari, che hanno in mente. Le cose però andranno in tutt'altra maniera. Il sogno di prosperità si tramuterà presto in tragedia.
Woody Allen decide di chiudere il film andando proprio a inquadrare la loro barca, teatro della loro morte nonchè della definitiva realizzazione del funesto presagio. Quell'inquadratura va a chiudere degnamente il tragico sogno andando ad evidenziare come tutto era fin dall'inizio già previsto. Con l'acquisto di quella barca e soprattutto con la scelta di quel nome (che deriva dal nome di uno dei cani sui quali Terry aveva scommesso alle corse e grazie al quale ha vinto i soldi necessari all'acquisto della barca) Terry e Ian hanno segnato la loro vita. Noi spettatori lo sapevamo fin dall'inizio, o almeno avremmo dovuto e Allen ce lo ricorda proprio con quella inquadratura in chiusura. Proprio perchè la storia di Terry e Ian è la storia di una profezia, di un presagio drammatico che fin dall'inizio Cassandra ci aveva raccontato.

Il secondo finale, questa volta, acquista maggior senso proprio grazie al DVD uscito di recente. "E venne il giorno" l'ultimo lavoro di uno dei più interessanti registi contemporanei, M. Night Shyamalan, termina con un quadretto famigliare nel quale troviamo Alma in attesa del risultato del test di gravidanza. Il risultato è positivo e tutta felice scende in strada per annunciare la lieta notizia al suo maritino. Finale sinceramente assurdo e completamente fuori contesto, più adatto ad un film di serie B che ad un opera di un autore attento ed originale come Shyamalan. Va detto intanto che, a detta dello stesso regista, vi erano effettivamente sin dall'inizio le intenzioni di realizzare un bel film di serie B, ma ad ogni modo questo finale sembrava veramente più una costrizione proveniente dalla produzione che una idea originale del regista.
Invece, ho capito le intenzioni di Shyamalan e la funzione di questo finale visionando le scene tagliate del film. Tra queste vi è l'originale sequenza di apertura della pellicola che, a dfferenza del "final cut", non cominciava a Central Park, ma bensì a casa di Alma ed Elliot nel bel mezzo di una litigata. Alma rivela al marito di non sentirsi protetta da lui, di vederlo ancora come un bambino, di non essere per questo pronta ad avere un figlio e di essere sempre stata convinta che lui non avrebbe mai potuto dargli la sicurezza di cui ha bisogno.

Alla luce di questa scena, è chiaro quali erano le intenzioni di Shyamalan fino al montaggio. Il film finisce a casa Moore perchè è iniziato a casa Moore. Gli eventi drammatici che hanno sconvolto il mondo hanno alla fine, paradossalmente, messo a posto la situzione sentimentale dei personaggi. La tragedia ha portato Elliot e Alma a guardarsi in faccia, a scoprire se stessi e aiutato Elliot a raggiunge finalmente Alma che fino a quel momento era sempre un passo in avanti e per questo si sentiva insicura e sola. Nel mezzo di questa situazione di coppia, all'improvviso, senza spiegazione la Natura si ribella e scoppia il panico. 45 anni fa erano gli uccelli che spargevano morte e follia tra la gente, adesso la Natura si manifesta in altro modo, Poi, così com'è cominciato l'orrore finisce, senza motivo, senza segnale alcuno. La vita torna alla normalità, con la consapevolezza che non siamo e non saremo mai padroni del mondo, che siamo solo ospiti di una realtà molto più potente di noi. E la vita riprende anche per la nostra coppia che ora però è cambiata. Elliot ha dimostrato di potersi prendere cura di Alma e ora che i due sono diventati per la prima volta una cosa sola, lei può essere felice di dare alla luce un bambino. Perchè poi è proprio di questo che parla il film: della necessità dell'uomo di dover guardare dentro se stessi, di staccarsi dal gruppo, dalla società per capire realmente chi siamo e chi sono gli altri (tutto questo viene mostrato allegoricamente dalla necessità dei personaggi di isolarsi in gruppi sempre più piccoli per sfuggire alla tossina).

La scena venne scartata in fase di montaggio da Shyamalan, perchè giustamente finiva per spiattellare in faccia allo spettatore tutta la situazione sentimentale dei due personaggi nei primi 5 minuti. Mentre, in questo modo, noi scopriamo mano a mano quello che succede tra i due, quello che pensano e quello che provano, sentendo parlare di una discussione, di una litigata di cui non conosciamo niente ma che permette di dare spessore ai personaggi.
Ora uno può chiedersi, ma se hai deciso di togliere questo inizio, perchè non togliere anche il finale che ora perde di significato?
Il motivo è che la decisione è avvenuta in fase di montaggio, quando il film era già bello che girato e non in fase di sceneggiatura. Un inizio può essere modificato, basta scartare la scena 1 e cominciare con la scena 2. Ma questo non è possibile farlo con il finale, almeno che appunto non si sia ancora in tempo per scriverne e girarne uno nuovo. Eliminare la scena finale del test di gravidanza non era possibile proprio perchè non c'era nessun finale a disposizione. Non si poteva certo finire con Elliot e Alma che si incontrano sul prato, ne con la sola scena di Parigi. Bisognava per forza utilizzare l'unica conclusione prevista, che anche se ormai poco significativa, era l'unica possibile.

lunedì 1 dicembre 2008

"Il circo" di Charlie Chaplin

Non ho mai provato una sensazione di tristezza tale come quando guardo i film di Chaplin. Può sembrare un paradosso, ma la straordinaria capacità che aveva di passare da una gag comica che ti fa piegare dalle risate alla sequenza più malinconica e triste era straordinaria.
E poi, Chaplin era la vera essenza dell'Artista, nel significato più accademico del termine. Colui che osserva la realtà e attraverso il suo talento la filtra e la ripropone al pubblico sotto forma di film, romanzo, quadro, musica, fotografia per mostrare quello che gli altri non hanno visto, per far chiarezza su quello che ci circonda.
"Il circo" è uno di quei film che contiene al suo interno tutto Chaplin e forse qualcosa di più. C'è la sua comicità, c'è la sua presenza scenica, c'è la sua malinconia, la sua dolcezza, il suo talento creativo dietro la macchina da presa. Ci sono persino le sue musiche e la sua voce, nella canzone che scorre sopra i titoli di testa.
Nel suo continuo pellegrinare per il mondo, o meglio nel suo continuo fuggire dalle autorità, il vagabondo questa volta si ritrova all'interno di un circo, dove suo malgrado diventa protagonista di un numero di clown, fino a quel momento per nulla divertente, che proprio grazie alla presenza di Charlot finisce per diventare il clou dello spettacolo. Per questo motivo, il tramp verrà assunto e potrà vedere di persona il meschino e violento mondo del circo. La stella che si rompe in apertura di film e la porta che si apre e che in tutta la sua forza e gioia ci proietta nel magico mondo del circo. Mondo che dopo pochi istanti scopriamo essere tutto fuorchè magico. E' un mondo violento, assurdo e selvaggio. Fatto di padri padroni, talenti sfruttati, meschinità, sotterfugi e follie. Insomma il circo assomiglia moltissimo al nostro mondo, alla nostra società.
Charlot vi si trova catapultato dentro e finisce incastrato negli ingranaggi della società, come ai tempi di..."Tempi Moderni".

Emblematica la scena del numero sulla fune. Charlot viene costretto dal direttore del circo a fare qualcosa per cui non è portato, finisce letteralmente per mettere la sua vita in equilibrio su un filo, con l'assurdità e la follia del mondo (le scimmie) che lo tartassano, cercano di farlo fallire. Lui si ritrova senza più niente, resta in mutande addirittura e alla fine, grazie alle sue capacità riuscirà a salvarsi. Una scena che sintentizza perfettamente il pessimismo con il quale Chaplin guardava il mondo che lo circondava, quella società fatta di padroni disposti a lasciarti in mutante per non fallire, ma dalla quale solo gli artisti, con il loro talento sono in grado di salvarsi.
Splendide anche la famosissima sequenza della stanza degli specchi, (manifesto della meticolosità con cui Chaplin studiava le sue gag nelle quali tutto era calcolato alla perfezione), la scoperta da parte di Charlot dell'amore della ragazza per Rex e relativo crollo delle sue speranze e dei suoi sogni (questa è una di quelle straordinarie sequenze malinconiche dei suoi film) e il finale. Su un prato vuoto, al centro del cerchio lasciato dal tendone sull'erba, Charlot, dopo aver lasciato andar via il suo amore, resta lì, con la stella di carta in mano che appollottola e calcia via, lasciandosi alle spalle quel mondo e riprende il suo cammino verso l'infinito, da solo, ma ancora puro.

martedì 11 novembre 2008

"Il posto delle fragole" di Ingmar Bergman & "Harry a pezzi" di Woody Allen

Qualunque artista, nel corso della sua formazione, rimane influenzato da altri artisti che lo hanno preceduto e che in qualche modo lo hanno colpito, ispirato e affascinato. Generalmente perchè i due artisti hanno una stessa concezione e visione della vita, oppure perchè lo stile dell'uno si rispecchia in quello dell'altro. Tale ispirazione la si può notare nel proprio lavoro, nella propria arte che trova punti di collegamento con le opere dell'altro artista.

Uno dei registi che più hanno influenzato il cinema di Woody Allen è indubbiamente Ingmar Bergman, sia a livello visivo, ma soprattutto a livello filosofico e morale. Ad accumunare i due autori c'è soprattutto lo stesso approccio alla morte e a Dio. Entrambi (Bergman in maniera più marcata) hanno cercato di porre interrogativi e magari buttare giù anche qualche risposta, sull'esistenza di Dio, sul percorso dell'uomo nel corso della sua esistenza e sullo stretto rapporto tra questi e la morte. Ma le similitudini tra i due registi non interessano soltanto le tematiche affrontate ma anche il visivo, la messa in scena. Specialmente per i suoi film più intimisti e drammatici come "Interiors", "Un'altra donna", "Crimini e misfatti" Allen muove la macchina da presa quasi tenesse sempre a mente il maestro svedese. Il lavoro di Gordon Willis in "Interiors" ricorda moltissimo quello di Sven Nikvist in molti film di Bergman, e non è un caso che lo stesso Nikvist sia stato scelto da Allen per fotografare i suoi "Un'altra donna", "Crimini e misfatti" e "Celebrity" (nonchè il corto "Edipo relitto" contenuto nel film collettivo "New York Stories").

In questo post voglio mettere in relazione due film, "Harry a pezzi" di Allen e "Il posto delle fragole" di Bergman entrambi legati da un comun denominatore che è quello del viaggio come mezzo per esplorare se stessi, e vedere come i due autori abbiamo utilizzato questo stesso espediente per fini differenti. Come detto, a legare i due film c'è il punto di partenza. In entrambi i casi il protagonista deve partire per raggiungere la sua vecchia università per ricevere un importante riconoscimento. Nel corso del viaggio verrà a scoprire qualcosa di più sulla propria vita e capirà meglio se stesso. Nel film di Bergman il protagonista è Isak Borg, anziano medico in pensione che parte in auto in compagnia della nuora e di un terzetto di giovani incrociato per strada.

Borg all'inizio del suo viaggio è un uomo solo, freddo nei sentimenti, cinico ed egoista, per quanto apparentemente si creda una persona gentile e comprensiva. Il film si apre con un sogno avuto da Borg durante la notte. Un sogno fatto di strade deserte, orologi senza lancette, unuomo senza volto che si dissolve in sabbia e sangue e un carro funebre con dentro la bara contenente il corpo dello steso Borg. Un sogno che sta ad indicare la solitudine del protagonista e la fine, ormai prossima, dei suoi giorni. Con la consapevolezza di essere arrivato al termine della propria vita, Borg attraverso questo viaggio reale verso l'università, compie anche un viaggio attraverso i ricordi, visitando il "posto delle fragole" e trasportandosi grazie al sogno direttamente nei giorni della sua infanzia, che quasi come il Dottor Scrooge de "Il canto di Natale" scopre quello che realmente, con i suoi comportamenti ha lasciato nelle persone che lo amavano.

L'Harry alleniano invece è uno scrittore in pieno blocco creativo. Anche "Harry a pezzi" inizia con racconto introduttivo. In questo caso invece che di un sogno si tratta di un estratto dall'ultimo romanzo dello scrittore. Un racconto che ci anticipa (in chiave divertente) l'interesse di Harry per la cognata. Cognata che subito dopo irrompe realmente a casa sua, pistola alla mano, sconvolta nello scoprire come nel romanzo Harry abbia raccontato la loro storia segreta. Scopriamo così che Harry Block è un uomo cinico, egoista, alcolizzato e puttaniere. Ma soprattutto è uno scrittore in crisi creativa, non più in grado di mettere ordine nella propria vita dopo che la donna che ama lo ha lasciato per il suo migliore amico. Il viaggio in auto, in compagnia del figlioletto, di un amico e di una prostituta, diventa anche qui non solo un viaggio fisico verso l'università, ma un viaggio dentro se stesso. A differenza de "Il posto della fragole" il viaggio di Harry è si nel suo passato, ma in un passato più prossimo che quasi coincide con la sua vita attuale e soprattutto non è un viaggio nei sogni o nei ricordi, ma un viaggio nei suoi racconti. Nel corso del film vediamo brevi rappresentazioni dei racconti scritti da Harry, che spesso altro non sono che metafore della sua vita. Frammenti allegorici del proprio carattere, delle proprie relazioni, del proprio conflitto interiore.

I due viaggi servono ai due protagonisti per capire meglio se stessi. Ma con scopi diversi. Sergio Transatti scrisse che quello di Borg è una storia di conversione. Al termine del film (e del viaggio) Isak Borg capisce realmente chi è e quello che ha fatto, il modo in cui ha trattato la moglie, la convinzione di essere "morto, pur essendo vivo" e la negativa influenza che ha avuto verso il figlio, divenuto una sua brutta copia. Al termine dei suoi giorni, a pochi passi di distanza dai suoi genitori che lo aspetto sulla riva del lago nell'aldilà, Borg si converte, ammette i suoi peccati e si pente del suo comportamento. Harry invece mette ordine tra i pezzi frammentati della propria vita e si rende conto che la sua vita è tanto tormentata e scombussolata, quanto la sua arte sia invece lucida, ordinata e creativa. Harry non si converte, ma comprende che nella realtà, nel mondo vero lui non è in grado di funzionare, non è capace di vivere in equilibrio con gli altri e di essere felice. Riesce ad esserlo solo nei suoi racconti, manipolando liberamente il mondo fantastico delle sue storie e dando felicità e divertimento grazie alla sua arte.

Le due onoreficenze che i personaggi ricevono sono un po' come il giro di boa (per Borg è più un traguardo) che li porta a guardarsi alle spalle e chiedersi "Sono arrivato fin qui, qualcosa di buono devo aver fatto. Ma ho fatto tutto come dovevo?" "Ho dei rimpianti? Nel mio lavoro, nella mia vita privata, c'è qualcosa che ho sbagliato?". Le risposte, per entrambi, sono: No, non ho fatto tutto come dovevo e che Sì, ho più di una cosa da rimpiangere.

Mentre Borg ormai non può far altro che "convertirsi" e vivere in pace i suoi giorni, Harry razionalizza che la sua vita non ha modo di sistemarsi, se non attraverso suoi romanzi, la sua arte. L'Arte come mezzo per esprimere se stessi. Attraverso di lei, Harry riesce ad essere più vero di quanto non sia nella vita reale.

La cosa interessante è che Woody Allen, conoscendo bene "Il posto delle fragole", ha scelto incosciamente di utilizzare lo stesso stratagemma narrativo adottato da Bergman, per poi sviluppare nel suo stile una storia tutta sua, fatta di nevrosi, tradimenti, intrecci sentimentali e fuga dalle proprie responsabilità. Ma in entrambi i casi c'è una visione piuttosto negativa dell'uomo. Isak Borg e Harry Block, sono uomini messi difronte alle proprie esistenze e alle proprie colpe. Non è così difficile immaginarsi Borg entrare nell'ascensore che conduce all'inferno, o Harry girare per le strade vuote con gli orologi senza tempo.

lunedì 10 novembre 2008

"Il grande sonno" di Howard Hawks


Questo è un giallo dove non ce ne frega una mazza di sapere chi sia l'assassino. Man mano che la storia prosegue, non ci interessa sapere alla fine chi o che cosa c'è dietro all'insieme di misteri e intrecci dei quali Marlowe deve andare a capo. Alla fine, qualcuno, come nel romanzo, resta addirittura irrisolto.
Non ce ne frega nulla per due motivi. Primo, perchè quei misteri e quegli intrecci sono troppo ingarbugliati per riuscire a capirci qualcosa. Secondo, perchè c'è qualcosa di più interessante da seguire. Ci sono i personaggi.
Se si guarda "Il grende sonno" decine di volte, anche se si presta massima attenzione alla storia, ad un certo punto finiamo per perderci. Ci perdiamo a seguire Bogart, i suoi gesti, le sue battute, quell'aria scaltra di chi sa tutto del mondo. Seguiamo i suoi battibecchi con la Bacall (o con le altre donne). I suoi botta e risposta con i gangster che di volta in volta gli capitano a tiro. Smettiamo completamente di interessarci al giallo perchè stiamo assistendo alla nascita di un mito. E tutto passa in secondo piano. Più che in Casablanca, è nel noir di Hawks che Bogart è Bogart in tutto il suo stile.
La caratterizzazione che Bogart ha fatto del suo Philippe Marlowe è straordinaria. Si parla davvero di nascita di un simbolo, di una icona, di un personaggio unico che può soltanto essere marchio di fabbrica di uno stile. Da questo film in poi nasce il comportamento "alla Bogart", quello che per intenderci sconvolge il Sam di Woody Allen in "Provaci ancora Sam", quello che quando gli chiedi "Come lo vuoi il Brandy?" ti risponde "Nel bicchiere".
- Lei non ha l'aria di collezionare libri rari. (gli dice la bionda bibbliotecaria)
- Colleziono anche bionde sotto vetro.
In taxi
- Dove andiamo?
- Seguiamo quella macchina. Le dispiace?
- Sono tutta sua.
- Fosse vero.
Marlowe e Carmen
- Sei in gamba. Mi piaci.
- E questo è niente. Aspetta di vedere la danzatrice di Bali che ho tatuata sulla schiena.
Il premio Nobel William Faulkner, autore della sceneggiatura, (tratta ovviamente dall'omonimo romanzo di Chandler) e Howard Hawks riescono a dar vita a un noir difficilmente replicabile. Uno dei rari esempi dove anche se la trama non ci cattura come dovrebbe riesce a tenerci incollati allo schermo attratti dal fascino unico di Humphrey Bogart e dai dialoghi serrati e pungenti.

domenica 19 ottobre 2008

"Vicky Cristina Barcelona" di Woody Allen

Vale la premessa del post precedente. Anzi, vale ancora di più. Non ho mai postato un commento su un film di Allen, nonostante lo ami e conosca bene tutti e 36 i suoi film, non perchè non avrei nulla da dire, ma al contrario perchè ne parlerei troppo e alla fine mi rendo conto che non è questa la sede adatta.
Ci provo con il suo nuovo lavoro, "Vicky Cristina Barcelona" che miracolosamente ha mantenuto il titolo originale anche da noi, a differenza del precedente lavoro che vide trasformarsi il bellissimo e mitologico titolo "Cassandra's Dream" nell'insulso "Sogni e Delitti".

Londra deve ispirare pensieri neri ad Allen tanto da portarlo ad indagare i lati oscuri dell'animo umano con la trilogia dei delitti, tra assassini, scelte tormentate e peccati con cui condividere. A Barcelona invece non piove, tutto è solare e anche la penna dell'autore newyorchese si alleggerisce. Beh, quasi. Intanto va detto che questo è un film come non se ne erano mai visti prima nella sua filmografia (e questo è, a prescindere da tutto, un bene).
Di commedie sentimentali volte ad indagare i vari aspetti delle relazioni umane Allen le ha sempre girate, ma qui c'è una leggerezza e una freschezza nel modo in cui la storia viene raccontata che non si riscontra in nessun'altra opera. Contribuisce la voce narrante (un po' troppo presente a dire la verità) che conferisce al film un tono da favoletta spensierata, da rissunto delle vacanze.
Qualcuno critica la fotografia "turistica" con cui Allen presenta Barcellona, rispetto alla Londra degli ultimi film. Ma è una critica assurda, proprio perchè sono due turiste americane in visita alla città le protagoniste del film e Barcellona, la Barcellona solare, calda e da cartolina, rappresenta il terreno sul quale le vite delle due ragazze vengono per un certo periodo scombussolate. Non è un caso che il film si apra con le ragazze che escono dall'aeroporto e finisce con le due che rientrano in aeroporto, aprendo e chiudendo così la loro parentesi catalana.

L'idea del viaggio come forma di autoanalisi, Allen l'aveva già utilizzata in passato, vedi il capolavoro "Harry a pezzi" in cui il protagonista rianalizzava se stesso durante il viaggio verso l'università dove avrebbe ricevuto una onorificenza (analogia con "Il posto delle fragole" di Bergman). In questo viaggio, quello su cui Allen vuole concentrarsi maggiormente è la libertà dei sentimenti e soprattutto sull'errore comune di etichettare non solo gli altri ma anche se stessi, dandosi delle caratteristiche ben precise, senza avere la consapevolezza che in realtà di preciso e sicuro non c'è mai nulla. Sia Vicky che Cristina infatti tornano a New York con qualche dubbio in più e soprattutto con delle nuove "se stesse" dentro di loro di cui non conoscevano l'esistenza. Vicky non avrebbe mai immaginato di poter mettere in dubbio le sue convinzioni e Cristina forse resterà con una domanda in testa "Se non ci fosse stata Maria Elena, avrei potuto avere una relazione stabile?" e con la consapevolezza di un talento che non pensava di avere, assomigliando in questo un po' alla Joey di "Interiors" che sentiva di avere dentro di sè molto da dare ma non trovava la strada giusta per esprimerlo.
Il fulcro su cui ruota l'autoanalisi delle due ragazze è Juan Antonio. Libero, tormentato, istintivo, ma nello stesso tempo sentimentale e maturo, è un personaggio per quanto affascinante, un po' troppo stereotipato che incarna la classica immagine del bell'artista spagnolo, sexy e tenebroso. Ma è un personaggio ad ogni modo riuscito che porta a termine il suo compito, ovvero attrarre Vicky e Cristina (oltre che noi spettatori) e portarle a interrogarsi su loro stesse e sulle loro convinzioni.

Non è un film su un triangolo amoroso, come ostinatamente e banalmente continuano a dire i critici, ma è un film sulla rottura delle convenzioni in amore. Il menage a trois, quello tra Johansson-Cruz-Bardem occupa una piccola parte della storia e va a simboleggiare quella ricerca di libertà e di sperimentazione amorosa alla base del film, ma che alla fine diventa troppo anche per la passionale Cristina. E' un tema che abbiamo già visto nei film di Allen, ma sempre in modo abbastanza marginale. Qui invece viene approfondito maggiormente trovando il suo fulcro nel dialogo tra Vicky, Cristina e Doug, il fidanzato vecchio stile fermo nei legami tradizionali e che ama catalogare persone e situazioni e che appena Cristina gli parla del legame che si è istaurato con Maria Elena chiede subito "Allora sei bisessuale?".

Anche la regia di Allen è diversa. Diminuiscono i piani sequenza, la macchina da presa è più ferma del solito e anche dialoghi ricchi di tensione, come quelli che vedono la presenza di Maria Elena, sono girati spesso e volentieri in campo e controcampo, cosa abbastanza insolita per Woody Allen, che invece preferisce girare con pochi ciak, camera in steady e attori che non stanno mai fermi in un punto. Qui sono gli attori al servizio della macchina da presa.

Allen è sempre stato innamorato dei racconti liberi. Liberi dagli schemi della narrazione. Ha sempre prediletto storie in cui poteva permettersi la libertà di saltare da una parte all'altra della storia, di inserire flashback o sogni nel bel mezzo della vicenda, di mostrare quello che è accaduto o quello che sarebbe potuto accadere senza tanti pensieri. E una storia come questa, narrata da una voce fuori campo, sembrerebbe ideale per questo tipo di approccio narrativo, e invece l'autore mantiene una certa linearità del filo degli eventi, inserendo un flashback solo nella scena della camera oscura. E' un approccio interessante che probabilmente ha lo scopo di mantenere intatta l'idea del viaggio, della visita a Barcellona con una sua fine e un suo inizio e che comporta il cambiamento delle due turiste americane. Allen alleggerisce anche il tono dei suoi dialoghi, cancellando ogni traccia del suo tipico humor e adeguando tutto allo stile del film. I critici sono lì che contano quante battute ci sono nei suoi ultimi film e se non ne trovano bocciano la pellicola. Assurdo.

"Vicky Cristina Barcellona" segna il ritorno di Allen all'analisi delle relazioni sentimentali, dopo aver osservato la bidimensionalità della vita in "Melinda e Melinda" e, sotto vari aspetti, il rapporto tra uomo e omicidio, tra l'uomo e il suo lato oscuro in "Match Point", "Scoop" e "Sogni e Delitti". Termina l'escursione europea con un film godibile, che lascia interessanti spunti di riflessione e che dà una ventata di solarità ben accetta.
Buono il cast, soprattutto Rebecca Hall e Penelope Cruz. La Johansson è sì sexy e piena di quella "polposa umidità" come la definisce Woody, ma a me continua a non sembrare questo granchè come attrice. Bardem è Bardem e non si discute anche se qui fa "solo" il maschio latino.

Passa un film e subito (almeno io) attendo l'altro che segnerà il ritorno non solo di Allen davanti alla camera, ma anche nella sua Manhattan. Vedremo che cosa si porterà dietro nella Grande Mela dal Vecchio Continente.

venerdì 26 settembre 2008

"Burn After Reading" di Ethan e Joel Coen

Premessa: faccio molta fatica a commentare film di registi che adoro. Proprio perchè la stima che ho nei loro confronti non mi permette di essere obiettivo o di analizzare in profondità il film. Per questo ci sono molti film che non inserisco nel blog perchè sarebbero brevi post pieni di elogi e basta. La stessa cosa avviene con i film dei fratelli Coen. Quindi se questo post è poco critico e forse abbastanza inutile, io ve l'ho detto.


Se questo film fosse stato una boiata pazzesca, il titolo, ovviamente quello originale non quello nostrano (quello si che è una boiata) si sarebbe potuto ritorcere contro. Bruciare dopo averlo visto. Per fortuna "Burn After Reading" è tutto tranne che un film da bruciare, anzi.

C'era un po' di timore, tra gli addetti ai lavori, dopo il successo di "Non è un paese per vecchi". Il timore era che i due fratelli potessero seguire la strada "facile" del film fotocopia, puntando sugli elementi di forza che hanno decretato il successo del precedente lavoro. E' un po' quello che la gente si aspettadopo un successo. Era così anche per Tarantino dopo "Pulp Fiction", mentre lui spiazzò tutti creando "Jackie Brown" un film "tarantiniano" ma per molti versi diverso dal vincitore della Palma d'Oro. Il timore però, per chi conosce bene Joel e Ethan Coen, era insensato. I Coen sono registi troppo intelligenti per farsi prendere dall'entusiasmo del successo e perdere la propria originalità. Infatti, ecco "Burn After Reading". Forse insieme ai due vincitori dell'Oscar, "Fargo" e "Non è un paese per vechi" uno dei loro film più belli e riusciti.
Al di là della presenza di star mediatiche come Clooney, Pitt e Malkovic (per la cronaca ottimo cast, ad eccezione della Swinton) quello che mi affascina del film, e che mi fa amare i Coen è la straordinaria qualità tecnica con la quale è realizzato. E' raro in una commedia, a tratti demenziale come questa, vedere inquadrature così perfette e giochi di stili che fanno il verso (senza parodiare però) i clichè dei classici film di spionaggio. I Coen hanno l'innata capacità di fondere insieme talento visivo e originalità narrativa.
La loro fusione di comicità e violenza, di dramma e grottesco, senza rendere nessuno di questi aspetti eccessivo o inutile, non ha eguali.

Con "Burn after reading" i Coen hanno dimostrato ancora una volta di essere autori di grande intelligenza ed estremo talento. Capaci di dar vita a personaggi unici e a intrecci e situazioni che spiazzano e sorprendono continuamente.

Pitt che arriva all'incontro in bicicletta con mp3 nelle orecchie è geniale. Una inquadratura e il personaggio di Chad è perfettamente delineato. Così come i gesti e le espressioni di Malkovic a inizio film che definiscono subito la personalità di Cox.
E poi le citazioni, da Clooney che corre intorno al lago come Dustin Hoffman in "Il maratoneta" con tanto di ripresa laterale, nascosta e in ombra del personaggio che si guarda intorno, tipica dei film di spionaggio, all'autocitazione di Cox che uccide a colpi di accetta come Peter Stormare in "Fargo".
I Coen creano dei deficienti assoluti e li inseriscono in un contesto serio, reinventando un genere e paradossalmente, rendendo la storia più reale di un filmdrammatico, un po' come fece Kubrick dando il destino del mondo in mano ai pazzi imbecilli de "Il Dr. Stranamore".